Laureato in Architettura all’Università di Palermo, Giuseppe Veneziano — che ama definirsi ironicamente “Vemenziano” — è nato nel 1971 in provincia di Caltanissetta. Pittore figurativo e scultore, vive e lavora a Pietrasanta, dove nel 2021 ha concepito *The Blue Banana* per gli spazi di Piazza Duomo nel centro storico.
È tra i protagonisti più irriverenti della cosiddetta New Pop e dell’Italian Newbrow, ma si definisce piuttosto un “cronista dell’arte”: rifiuta l’idolatria del nuovo e rivendica un dialogo serrato con la tradizione. Alla classicità, così come alla politica, al sesso e alla religione, attribuisce narrazioni e significati inediti, filtrati da un’ironia contagiosa intesa come “principio speranza”, per dirla con Ernst Bloch. Recupera la grande iconografia della storia dell’arte e la pratica della pittura, convinto — come ama ripetere — che “il pop è classico”.
Hanno suscitato scalpore, tra le molte opere provocatorie e disturbanti, il ritratto di Maurizio Cattelan con un cappio al collo e quello di Bin Laden (2004), finiti sulla copertina di Flash Art. Immagini che testimoniano una ricerca mai nostalgica, sospesa tra icone della cultura pop e trasfigurazioni colte, all’insegna di un immaginario ludico ma tutt’altro che superficiale. Una visione che, come categoria dello spirito, emerge in questa intervista semiseria e fuori dagli schemi, specchio del suo sguardo irriverente e insieme lucidissimo sul presente.
Cosa ti ha spinto a lasciare la Sicilia per Milano?
Sono un siciliano che per realizzare il sogno di fare l’artista ha deciso di emigrare al nord. Milano è la Città con cui ti devi confrontare se vuoi che il tuo lavoro artistico abbia un respiro internazionale.
Dall’architettura alla pittura cosa ti è successo?
Architettura è stata sempre una strada parallela da percorre nel caso fossi rimasto in Sicilia. Quando ho avuto il coraggio di andare via, ho scelto la pittura.
Quando hai capito che avresti fatto l’artista e che ricordo hai della tua prima mostra?
Ho sempre saputo di essere un artista, ma non ho mai creduto di poterci vivere. È invece è successo grazie al fatto che molti operatori del settore hanno creduto in me, aiutandomi a superare le mie perplessità. La prima mostra a Milano l’ho realizzata per merito dello scrittore Andrea Pinketts nel locale “Le Trottoir”. L’opera che fece più clamore fu il ritratto di Maurizio Cattelan con un cappio al collo: correva l’anno 2004. Ma la vera prima mostra in una galleria prestigiosa l’ho realizzata due anni dopo da “Luciano Inga Pin Contemporary Art” ed ebbe un grande successo mediatico per l’opera sulla Fallaci decapitata: “Occidente, Occidente”.
Chi ti ha definito “New Pop “ e “Italian Newbrow”? Ti riconosci in questa etichetta di comodo?
Da sempre, sin dall’inizio mi hanno etichettato “New Pop”. Credo sia dovuto al fatto che uso dei colori dai toni accessi e utilizzi personaggi e icone riconoscibili. Spesso a chi mi etichettava in quel modo, rispondevo: “tutte le etichette mi vanno bene, ma nessuna mi appartiene”. Credo che ogni etichetta limiti il raggio d’azione del tuo lavoro.
Quanta nostalgia hai della Sicilia, cosa ti sei portato a Milano della tua isola baciata dagli dei?
Credo che la Sicilia mi abbia trasmesso quella voglia di riscatto che ancora oggi non mi abbandona. Sono nato in una delle terre più belle al mondo, eppure per accorgermene sono dovuto andare via. Nei primi anni dopo che sono andato via, non ho sentito molto la mancanza, adesso un po’ sì, ma ci ritorno spesso.
Politica, sesso, religione sono i temi principali del tuo lavoro, nell’epoca di crisi di valori ideologici, di fallimenti etici e di catastrofi ambientali, che funzione ha il tuo interesse per l’iconografia sacra del passato?
Politica, sesso, religione sono tre parametri importanti per il mio lavoro, mi aiutano a misurare il grado culturale di ogni epoca, e principalmente dell’epoca in cui vivo. L’iconografia sacra del passato non l’ho mai vissuta come qualcosa di obsoleta, ma come qualcosa di importante e preziosa in cui la dimensione del tempo si è fermata.
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Ti consideri un “Pop artist” oppure un surreale pittografo cronista del nostro pazzo mondo?
Mi sono sempre definito un cronista dell’arte. Mi piace raccontare il mio tempo attraverso i protagonisti di fatti di cronaca. È una pratica che ho maturato prima di fare il pittore, quando lavoravo come vignettista e illustratore per alcuni giornali siciliani.
Quali galleristi e critici d’arte promuovono il tuo lavoro in Italia e all’estero?
La lista è lunga, in 25 anni di attività, ho lavorato e continuo a lavorare con molti galleristi e critici d’arte, se dovessi fare dei nomi, sicuramente ne escluderei altri.
Nel 2010 nella mostra “Equivoci” a cura di Vittorio Sgarbi, al museo della Mafia di Salemi (T.P) cosa hai esposti?
Esposi molte opere, anche un doppio ritratto con Totò Riina e Silvio Berlusconi. Fu una mostra coraggiosa in una terra ostile, anche grazie alla determinazione di Vittorio Sgarbi nel promuovere e difendere il mio lavoro. Scelse il titolo “Equivoci” proprio perché molte mie opere avevano più livelli di lettura e potevano essere interpretati in modi contrastanti.
Hai dipinto Maurizio Cattelan con un cappio al collo (2004), la decapitazione di Oriana Fallaci, nel 2001 in seguito agli attacchi terroristici negli Stati Uniti del 9/11, e quelli a Madrid e a Londra, cosa volevi comunicare esattamente con queste immagini così irriverenti e provocatorie che ti hanno portato sulle prime pagine di magazine internazionali?
Erano opere, come ho già ribadito prima, che prendevano spunto dalla cronaca. L’opera su Cattelan fu una personale risposta alla sua installazione che fece indignare i milanesi: quella dei bambini fantocci impiccati. Infatti appesi il mio quadro nello stesso albero dove lui qualche giorno prima aveva installato la sua opera. Il dipinto sulla Fallaci nacque proprio da una sua dichiarazione in una intervista, dove manifestava la paura di essere decapitata.
Nel 2009 con l’opera “Novecento “, apri una riflessione sul rapporto tra sesso e potere, pensi sia ancora attuale, quali altre opere consideri cronaca del nostro presente?
Novecento fu un’opera che realizzai sei mesi prima che scoppiassero gli scandali sessuali del presidente Berlusconi, infatti i giornalisti battezzarono l’opera: “l’orgia del Cavaliere”. In passato ho realizzato opere su Trump e Putin che sono molto attuali.
Che fine ha fatto il dipinto censurato “Madonna del Terzo Reich”, che rappresenta una versione riveduta della Madonna Cowper di Raffaello, con in braccio il piccolo Hitler, dipinto che scatenò l’inferno e una protesta in difesa della libertà espressiva contro tutte le censure?
L’opera attualmente è esposta nella mostra “Anthology” a Sarzana. Dopo molti anni quel quadro è ancora oggetto di nuove interpretazioni. Credo che finalmente l’opera sia stata digerita e non crei più scandali come in passato. Anche se spesso mi chiedono di non esporla, attivando così una specie di censura preventiva.
Ironia, bellezza, irriverenza chi salverà il mondo?
Dostoevskij docet: La bellezza salverà il mondo. Lo scrittore russo ci ha indicato la strada giusta, il suo concetto di bellezza non era solo estetico, ma anche etico e morale; io aggiungerei anche tanta ironia.
Nel 2021 il” Giornale dell’Arte” ti ha classificato tra i peggiori artisti contemporanei dell’anno, e tra gli altri c’erano Bansky, Beeple, Jeff Koos , JR, come l’hai presa questa notizia?
Abbastanza bene. Ho risposto dicendo che non mi dispiaceva essere il peggiore se i miei compagni di viaggio erano gli artisti che hai citato.
Considero il ciclo “Piazze D’Italia”, un ciclo di opere esposte nel 2025 nella galleria Colombo Arte Contemporanea a Milano, un capolavoro di postmodernismo anti-monumentale, un saggio di fenomenologia del presente, in cui dialoghi con la classicità e l’iconografia Metafisica di Giorgio De Chirico e mescoli riferimenti “alti” e “ bassi” , come piacerebbe a Umberto Eco, della nostra cultura visiva, restando in bilico tra citazione e reinvenzione, come ti sono venute in mente questi “neoluoghi” spaesanti e qual è il messaggio?
Mi piace molto la tua interpretazione che sposo in pieno. Ho sempre amato De Chirico e le sue piazze, appena ho avuto la possibilità (incoraggiato anche dal gallerista Antonio Colombo) ne ho rivisitate alcune attualizzandole e proiettandole nel futuro, mettendo al centro delle piazze opere di artisti italiani e contemporanei.
Da poco sei diventato papà di Vittoria, una bellissima bambina che ti ha ribaltato la vita e obiettivi, cosa è cambiato in te, nel tuo lavoro e come ti proietti nel futuro?
Quello di diventare padre è un evento straordinario, cambia la tua visione del mondo. Adesso tutto ruota attorno a Vittoria e il tuo egocentrismo si è un po’ smorzato. Per adesso è troppo presto per dire cosa è cambiato, ma credo che di cambiamenti, anche nel mio lavoro, ce ne saranno molti.
Quali opere stai esponendo nella mostra a Sarzana?
La mostra a cura di Luca Nannipieri ha come titolo “Anthology”. Sono esposte più di 70 opere in due piani espositivi presso la Fortezza Firmafede. E’ una mostra fortemente voluta dall’Amministrazione Comunale di Sarzana che orgogliosamente ha valuto ribadire il carattere impavido delle proprie scelte culturali. Come sottolinea il titolo, la mostra raccoglie le opere che il curatore ha ritenuto più importanti nei miei 25 anni di attività, tra cui tutte le opere citate in questa intervista.














