Marianna Bussola tra fiaba, luce e mito

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Cerimoniale dell'ospitalità notturna 2026 acrilici e matite su tela 40x40

Marianna Bussola, eccentrica pittrice affascinata alle improvvisazioni di Kandinskij, dalla natura interiore dei colori, dagli accordi cromatici di Matisse, e sedotta da Klimt,  sembra  uscita fuori  dalla  da un dipinto  della Secessione Viennese di Von Stuck, trasforma le forme in elementi compositivi  e decorativi geometrici e figurative intrecciando pittura e arti applicate.

Chi sei  ?

Semplificando: una persona dominata dal desiderio di dipingere. Sono autodidatta, ma ho avuto la fortuna di crescere tra persone che amavano l’arte, soprattutto quella contemporanea: dunque in un ambiente estremamente stimolante in questo senso. Anche il mondo delle illustrazioni ha avuto sicuramente una forte influenza su di me.

Quando e perché hai scelto di fare l’artista?

Non credo sia qualcosa che si sceglie. Mi sono espressa sempre con le forme e i colori. Ma non ero la classica bambina lodata perchè in grado di raffigurare fedelmente cose e persone: quello che colpiva erano invece la mia fantasia e la mia capacità di creare un mondo. Crescendo, le cose non sono cambiate: ad attrarmi è l’invisibile reso visibile, per citare Paul Klee. E non sono particolarmente legata alla pittura come sperimentazione, mi interessa invece avere uno stile coerente e riconoscibile con cui raccontare le mie visioni.

Hai praticato il disegno nelle sue valenze astratto geometriche d’ispirazione orientale, perché sei attratta dalla pittura cosiddetta à plat, caratterizzata dall’applicazione del colore in ampie campiture uniformi, piatte e omogenee, senza sfumature, chiaroscuri o passaggi tonali, tipo sintetismo alla Gauguin per capirci?

Il chiaroscuro nasce dalla volontà di dare realtà: di restituire, appunto, il volume di un oggetto riprodotto. E io non dipingo oggetti esistenti ma una loro proiezione che abita il mio immaginario. Un’altra caratteristica dei miei quadri è l’assenza di una figura centrale che domini lo sfondo: tutti gli elementi hanno lo stesso valore, sono tutti sullo stesso piano, perfino l’effetto di profondità dato dall’uso dei colori è minimo e quasi mai ricercato. Una scelta che probabilmente ha radici nell’inconscio. 

Quali sono le fonti di ispirazione della tua iconografia in bilico tra fiaba e mitologia?

Penso che i miei dipinti nascano soprattutto da immagini che ho amato, il cui ricordo si perde negli anni: influenze che si sono mescolate, dando vita a qualcosa di completamente mio. Sono state tantissime. La Golden Age dell’illustrazione. L’arte medievale, con le sue forme piatte e concettuali. Quella dell’Estremo Oriente. La Secessione Viennese e l’Art Déco. La pittura inglese da William Blake a Stanley Spencer e oltre. E l’opera di artisti contemporanei come Kiki Smith, Enzo Cucchi, Jennifer Bartlett… Cito nomi e periodi a caso, potrei andare avanti all’infinito.

Anche la letteratura ha avuto grande influenza sul mio lavoro: l’universo delle leggende e delle fiabe, le opere di autori come Angela Carter, Kipling, Dylan Thomas, Karen Blixen, Cristina Campo e tanti altri, hanno dato vita a suggestioni, fertilizzato un terreno… Questo amore per la parola scritta si esprime anche nei titoli, per me importantissimi, dei miei quadri. Che non sono mai didascalici: nascono per analogia e non vogliono offrire spiegazioni, ma dilatare i possibili significati dell’immagine.

In particolare cosa vuoi comunicare con i tuoi dipinti?

La volontà di comunicare non è dominante nel mio approccio al lavoro. Però è la conseguenza naturale di un’opera riuscita: che (a differenza di altre) si impone, parla e non appartiene più solo a me ma anche e soprattutto a chi la guarda. Questa è la comunicazione per me: un’opera che prende vita anche a dispetto di chi la ha creata.

Chi per primo ha creduto nel tuo lavoro e in quali gallerie hai esposto?

Avevo già fatto diverse mostre, ma mi sono sentita “promossa” quando, nel 2003, Giorgio Cardazzo mi ha inserito nella scuderia di artisti della sua galleria: la storica Naviglio Modern Art (poi Cardazzo Contemporaneo) in via Manzoni. Vedere le mie opere galleggiare in quel grande spazio white cube è stata una grande emozione. Altre gallerie in cui ho esposto sono la Key Gallery (Milano) e Formaprima (Pavia). Attualmente lavoro con Quadruslight, specializzata in opere retroilluminate. Ho esposto anche in spazi pubblici o alternativi: per citarne due, il Broletto di Pavia e (in collaborazione con Isorropia HomeGallery) il palazzo Signature Duomo a Milano.

Che valore ha la decorazione del tuo lavoro?

Quella della decorazione e della pittura come sorelle rivali è una questione antica. Ma per me (come per altri artisti, credo) la gerarchia all’interno della immagine è una questione da risolversi caso per caso, non in base alle regole della visione. Comunque non si tratta di una semplice questione di superfici: la decorazione basta a se stessa, la pittura interroga il mondo e chi la osserva, in particolare il suo creatore.

Quali materiali prediligi e su quali supporti preferisci dipingere?

Dipingo su una tela molto liscia, montata su un telaio di 4 cm di spessore, che crea una sorta di effetto scatola, con acrilici di varie marche e matite colorate. Uso vernici e medium per ottenere diverse texture, sempre però molto sottili. Lavoro anche su carta, sia per quanto riguarda il progetto iniziale (i miei quadri nascono da bozzetti molto strutturati), sia per la creazione di opere vere e proprie.

Fai parte degli artisti di Quadruslight, la prima galleria milanese di opere retroilluminate del gruppo della curatrice Paola Martino, cosa fate di diverso dagli altri esattamente?

Quadruslight è il primo progetto dedicato esclusivamente alla retroilluminazione di opere artistiche, selezionate negli ambiti della pittura, della fotografia e dell’arte digitale da un team di curatori. Sia io che il mio compagno Giorgio Cecchinato (che lavora con il digitale), siamo stati proposti da una di loro, Paola Martino. Tra le caratteristiche che distinguono Quadruslight da altre realtà di questo tipo, una tecnologia in grado di sublimare il colore creando una saturazione e una brillantezza che ricordano quelle delle vetrate delle cattedrali. E la volontà di esplorare nuovi confini dell’espressione artistica mediante questo linguaggio innovativo.

Che cos’è il Biscotto e cosa hai raccontato con questo oggetto luminoso volto al superamento della bidimensionalità?

Biscotto è una lampada da terra creata per Quadruslight da Gianluigi Bertocchi, art director e co-fondatore della galleria insieme a Francesco De Bellis. Alta, arrotondata alle estremità, ricorda appunto certi biscotti per l’infanzia. Sulle due facce, entrambe retroilluminate, è riprodotta l’opera dell’artista: nel mio caso, quadri della mia serie dei Mesi che, essendo caratterizzati da un formato 30×110 cm, si adattano bene alle proporzioni verticali della lampada.

Hai già sperimentato l’Intelligenza Artificiale nella tua ricerca, se sì in quali opere?

Un mio carissimo amico si è divertito ad animare con AI due dei miei quadri: il risultato è molto affascinante, non lo nego. Ma non posso dire di provare vera curiosità per questo ambito dal punto di vista della creazione artistica: le AI si possono anche istruire con tutti i capolavori della storia, ma in assenza di una elaborazione filtrata da un soggetto credo non possano portare a qualcosa che abbia vero valore. Il sapere non è vera conoscenza: quella finora può averla solo un essere vivente, con le sue ferite, il suo non coincidere col mondo, la sua traiettoria in questo mondo. Una concezione romantica e limitata? Forse.

Quali incontri hanno determinato un cambiamento di rotta nella tua ricerca artistica e perché?

Più che di veri e propri cambiamenti di rotta (per non dire di inversioni), parlerei di continue modifiche e variazioni, causate da tutto quello che nel tempo ha lasciato un segno nel mio immaginario e nella mia vita. L’esperienza non passa su di noi lasciandoci indenni. 

Tra gli artisti viventi con chi vorresti esporre e confrontarti un giorno?

Dato che penso che la domanda sia tesa a sondare desideri più che concrete possibilità, esagero citando tre celebri artisti, che ammiro molto: Luigi Serafini (per il suo universo enigmatico), Marcel Dzama (per il suo lavoro vibrante e visionario), James Jean (per il suo mondo fiabesco in salsa pop). 

Scegli tre  opere  che  ti rappresentano e dimmi perché sono una parte di te?

Tutte le mie opere sono parte di me, ma alcune mi parlano più di altre. Esprimendosi, certo, con la lingua oscura delle profezie.

1) Una coppia di quadri molto grandi, realizzati a distanza l’uno dall’altro. Il primo, Pomeriggio – sonno furioso delle radici e dei semi (2010), l’ho dipinto pensando a un orto, alla sua vita brulicante che striscia e fermenta, alle sue leggi segrete. Il secondo, Pomeriggio – canto della primavera feroce (2018), è il suo gemello eterozigote: uguale per impianto e dimensioni, ne riprende alcuni elementi, con variazioni e colori diversi. Sempre di vita vegetale (e animale) racconta, ma questo è un giardino di piante velenose.

2) L’angolo buio dell’infanzia (2023) parla del trovare conforto in un regno fitto di tenebre e paure. Alberi di cui non si vede la cima, una porta che si apre nel muro del bosco. Una creatura, forse amica, forse pronta a versare il nostro sangue. La selva è profonda, lo stagno è profondo. La superficie che brulica di scintillante vita acquatica nasconde un abisso senza fine.

3) Il trittico Opposti percorsi dell’acqua viva e morta (2024). Il motivo, presente nelle fiabe russe di magia, è quello dell’acqua viva e dell’acqua morta, entrambe necessarie a ricomporre e riportare in vita l’eroe ucciso e smembrato da un antagonista malvagio.

Quali mostre stai preparando?

Per il 2026 ho vari progetti ancora in fase di definizione.

Qual è il tuo sogno?

Penso subito un paio di gallerie con le quali mi piacerebbe esporre… ma preferirei non fare nomi. Più in generale, spero (sogno?) di poter dipingere ancora per moltissimi anni, e che questo fuoco non mi abbandoni mai, fino all’ultimo.