Il Festival di Sanremo, alla sua settantaduesima edizione, è giunto al termine, incoronando vincitori Mahmood e Blanco, con la canzone “Brividi”, e riservando ad Elisa e Gianni Morandi, rispettivamente, il secondo e il terzo posto del podio. Ed ora che le telecamere si sono spente, che resta da oggi?
Insomma, questa domenica mi sembra ancora più grigia, e mi ricorda un po’ quelle giornate tristi in cui si saluta il proprio mare al termine delle vacanze, e sospirando si sale in macchina, mentre i pensieri già si interrogano su quanto veloce dovrà passare un altro anno prima che la sabbia torni a infastidirci nel costume. Nulla di irreparabile, sia ben chiaro, ma una sensazione di generalizzata amarezza per la fine di una settimana tanto attesa.
Eppure, mio fratello non sembra pensarla così: “Menomale. E basta con questa mediocrità da Italietta!”
Lo so, Sanremo è anche questo. È scontro, è fazione dei fan da divano pronti con birra e patatine contro fazione dei “felice di non essere come chi sabato non è uscito per guardarsi quella cosa”, e questo mi piace: è parte dell’identità di queste giornate e, che piaccia o non piaccia, è testimonianza del fatto che il Festival della canzone italiana riesca comunque a far parlare sempre di sé. Uno share strepitoso, con una finale da 13,3 milioni di spettatori, di cui forse il merito va dato in gran parte ad Amadeus, guida instancabile da oramai 3 edizioni, segnate da momenti memorabili come il litigio tra Bugo e Morgan e il silenzio di una platea vuota per la prima volta a causa della pandemia.
Devo ammetterlo, la prima serata mi era parsa deludente, con una Ornella Muti forse inadeguata al ruolo, poco pregnante come il suo discorso bucolico-ambientalista, ma nei giorni a venire mi sono ricreduto: uno Zalone divertente, dissacrante, capace di schiacciare con la risata ogni luogo comune sui temi del machismo tossico e dell’omofobia, nonostante gli attacchi di una parte che aveva cercato di appropriarsi prima del tempo anche di Drusilla Foer. Quante critiche sulla sua presenza. Eppure, al di là di ogni pregiudizio, non riesco a non pensare che sia stata l’ospite migliore: trascinante, simpatica, un’intrattenitrice capace di ridurre Amadeus ad un “coso”. Personaggio dall’identità ben precisa, certo multiforme, ma che proprio nella sua multiformità trova la chiave stabile di un’essenza sempre riconoscibile. Non una paladina di una sola comunità, ma la portavoce di un messaggio volto a valorizzare l’unicità di ognuno, e che mi porta a pensare che tutto questo categorizzare ogni cosa e persona che ci circonda come a tutelarla sia una grande fesseria, un ostacolo alla sua vera comprensione ed un incentivo alla distanza e all’esasperazione irrazionale delle differenze. Bellissimo anche il non-monologo della Ferilli, che sospira con noi in maniera liberatoria dei discorsi tuttologici pronunciati da chi spesso è sprovvisto di ogni credibilità.
Quest’anno pubblico presente con una capienza del 100%, anche se vedere i componenti dell’orchestra separati da pannelli di plexiglas non mi lascia indifferente, ma mi accontento di guardare ad ogni musicista come ad una vera opera d’arte da collezione preservata dalle intemperie nella sua “teca”.
Sorrido pensando a un Dargen D’Amico che, parlando del televoto, lo definisce una “votazione seria, non come per il presidente della Repubblica”, e ad un Amadeus che, forse ridendo dall’imbarazzo, lo caccia simpaticamente dal palco, e sorrido ancora pensando che, anche durante la finale, il cantante dagli occhiali perenni non si sia trattenuto dall’attaccare il governo per il disinteresse mostrato verso le piccole realtà musicali.
In effetti mi rende felice vedere il pubblico al completo ballare, ma poi mi accorgo che forse i gestori delle discoteche potrebbero non pensarla esattamente così. Al di là di ogni giudizio politico, questo Dargen mi piace: oltre alla sua canzone e al suo outfit da Mon Chéri della prima serata, allora esistono ancora artisti capaci di esprimersi controcorrente, anche al costo di non piacere ai più. Non sono riuscito, invece, ad apprezzare a pieno Achille Lauro, non tanto per le sue provocazioni (quelle rientrano nel DNA dei veri artisti), ma per la maggiore attenzione a performance e punti da Fantasanremo che alla musica in sé. Preferenze a parte, in questo Sanremo ho visto riunite 3 generazioni musicali, proprio come sul podio finale: ho ascoltato una giovanissima Ditonellapiaga cantare con quella Rettore di cui papà mi aveva fatto sentire qualcosa da piccolo, le ho dato un volto. Ho ascoltato un Blanco cantare magnificamente Gino Paoli, un Irama duettare con Grignani, l’idolo di ogni ragazzina di metà degli anni ‘90, ed Elisa, di cui mia mamma teneva sempre un CD in macchina.
Insomma, ho dato un senso ad una storia musicale che ha accompagnato più generazioni e ne ha segnato cultura e identità: questa musica leggera non è superficiale, ma, citando lo stesso Calvino menzionato dalla Ferilli, un “ planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore“. Anche quest’anno Sanremo mi ha conquistato, con i suoi pregi e le sue contraddizioni, nel suo semplice essere un riflesso fedele della nostra società: divisivo e irrinunciabile allo stesso tempo, agitatore di polemiche, talvolta sterili talvolta su temi profondi, capace di parlare a più generazioni contemporaneamente. E questo fa l’arte.
L’unico rimpianto? Non aver eletto vincitrice Ana Mena: quasi uscita da un episodio de “Il mondo di Patty”, team Las divinas, all’Eurovision ci avrebbe garantito soddisfazioni, conquistando voti anche dalla Spagna e dall’Est Europa, che avrebbe con tutta probabilità apprezzato le sonorità della sua canzone.













