Suoni dal profondo, voce e corpo in Tommaso Ragno

0

“Tutta la storia è storia della phonè”. Quando ci si avvicina al senso della parola non può non venire in mente questa frase ormai scolpita nel tempo, le cui riflessioni sottolineano quanto sia essenziale la phonè, il rumore e gli interpreti che ne sviluppano, tramite la lettura, il viaggio verso il buio per vederci bene. Tra gli attori del panorama italiano Tommaso Ragno è sicuramente una splendida conferma di quanto sia importante la voce per un attore e di come si possa diramare quella sottile via che conduce al significante, il quale è più importante del significato. Ragno, maturato sulle tavole dei grandi palcoscenici d’Italia al fianco di egregi maestri tra cui Carlo Cecchi, Giorgio Strehler e Luca Ronconi, è una versatile figura il cui volto, tra i più affascinanti del nuovo cinema italiano, muta insieme al corpo alla stessa velocità con cui Peter Parker si traveste da Uomo Ragno, rendendolo un vero camaleonte. Tra i suoi ultimi progetti spicca con grande stile “Fargo” una delle più importanti serie televisive americane, al fianco di Jason  Schwartzman e Chris Rock.

Lei è un attore la cui voce ha un suono profondo, cupo, come se provenisse dalle viscere della terra

Io credo che ogni voce sia un rapporto con la propria identità. Faccio un esempio, quando sentiamo la radio, le voci che udiamo ci evocano qualcosa anche di molto profondo e misterioso, perfino di becero, perché la voce ha una tale connessione con tutto, con la socialità ad esempio. Noi c’innamoriamo delle voci. È un elemento che va al di là della parola perché uno può anche parlami in una lingua che non conosco ma può comunque trasmettermi qualcosa di suo attraverso il suono che emette e dunque, siccome contiene tantissime cose al suo interno, risulta difficile poter dire chiaramente cosa sia la voce.  Sai, quando penso ai morti la cosa che me li rievocherebbe di più non è l’immagine ma il suono della voce, perché le sonorità che rappresentavo la persona in vita sono quelle frequenze che più ti rimangono dentro.

Quindi il suono rievoca l’immagine?

Il suono sicuramente ha una capacità evocativa perché è libero dalla volgarità dell’immagine. Oggi siamo assediati dalle immagini e anche se vedere non è una cosa da poco, il suono conserva sempre quel grado di libertà che ti dà il vantaggio di avere una visione cieca. Chiudi gli occhi e vedi.

Inoltre il suono è un elemento fondamentale perché caratterizza l’interiorità di un personaggio. In questi termini, che ricerca fa per arrivare a toccare le giuste corde?

Non c’è mai una via definita che seguo, ogni volta il processo è nuovo e credo che se lo andassi a cercare non lo troverei. Devi avere fortuna ad essere cercato da quella voce. Poi io credo molto nel duro lavoro, non credo nella passione perché quest’ultima si esaurisce e infatti non è l’elemento che scatena in me la ricerca, semmai il puro e semplice senso del lavoro. Il tutto è legato anche ad un insieme di fortunati o sfortunati eventi che ti porta a lavorare in un certo modo, poi conta molto il capire prima di tutto ciò che hanno scritto gli autori. Ad esempio, quando mi capita di fare delle letture in radio, non penso di leggere in un modo piuttosto che in un altro ma semplicemente mi focalizzo su come è scritto il testo e seguo il suo ritmo e quello che ne viene fuori è legato ad una visione soggettiva. Poi, molti grandi della musica e del teatro hanno spiegato perfettamente che la voce  è un elemento legatissimo al corpo, non è distaccato.

Si sente legato al concetto Beniano per cui “tutta la storia è storia della phonè”?

Quella è una cosa straordinaria. Tu mi citi un autore  che è stato uno dei più grandi artisti del novecento e quindi cosa posso dirti? Che non sono d’accordo? Lui ci è arrivato molto prima e si evince che è frutto di una lunghissima ricerca che C.B. ha condotto per tanto tempo.

Legandomi nuovamente a Bene e all’idea della “macchina attoriale”, so che grazie alla sua esperienza in radio hai trovato il corpo perché era fermo

Preciso una cosa. Quando si è seduti o in piedi a leggere, si percepisce il corpo come fermo ma in realtà dentro c’è un movimento fortissimo e non c’è niente di più impegnativo che produrre un movimento interiore. Io per esempio quando leggo lo faccio con tutto il corpo e anche lì non so esattamente cosa succede, non lo so come mi preparo. Diciamo che per lo spettatore non è neanche importante sapere quanto ha sofferto l’attore così come quando vado ad un ristorante non mi interessa sapere quanto tempo ha impiegato il cuoco per cercare un dato elemento per costituire la pietanza favolosa che mi spinge ad entrare in quel ristorante preciso. Quel che avviene dietro non è affare del pubblico, bisogna vedere l’effetto finale e non quello che ci sia stato prima. Ciò che posso dire sulle mie modalità lavorative è che non ho un metodo preciso ma piuttosto credo che interpretare voglia dire fare un viaggio e non so neanche se consapevole o no, anche se è ovvio che sia meglio sapere in che direzione si sta andando, bisogna accorgersi di quello che si fa perché l’aspetto dell’inconsapevolezza viaggia per conto suo. Quindi parlerei di più di approccio conscio al mestiere, cosa che puoi vedere nei grandi attori capendo che oltre il loro smisurato talento c’è un forte valore che danno al proprio lavoro mettendosi in gioco, poi è ovvio che il risultato dipende dal film che uno fa e con quale regista lavora.

Sicuramente il tuo punto di svolta in televisione lo si deve a “Il miracolo”, in cui interpreta un personaggio disturbante, controverso. Come è sceso negli inferi della mente e cosa l’ha inquietato di più?

Ma in realtà ti dico che mi sono molto divertito a farlo. Trovo che l’incontro con Niccolò Ammaniti, l’autore della serie, sia una coincidenza fortunata. Il materiale era veramente bello e di spessore, anche da un certo punto di vista rischioso che comunque aveva, ed è una cosa che non accade spesso nel nostro panorama per cui quell’esperienza l’ho trovata di alto carico e poi mi sono entusiasmato da subito, anche perché mi piaceva l’idea di dare corpo ad un fantasma del genere. Lì poi entrano dei segreti del mestiere che ti forniscono le basi su cui accedere e dare l’impressione al pubblico di essere perfetto per quel ruolo, però ripeto che non c’è stato un unico elemento che mi ha condotto nella giusta direzione, alla fine l’interpretare è un gioco e non a caso in altre lingue si traduce come giocare.

Com’è andata invece con “Fargo” e il set all’americana?

È andata bene, anche in quel caso mi sono trovato di fronte ad un testo che era scritto in maniera straordinaria, perché io alla fine non faccio il mimo, faccio l’attore e quindi il testo è fondamentale. Poi non parliamo della regia, lì siamo su un livello altissimo, una serie concepita come un film. Inoltre devo dire che è sempre stato un sogno per me andare in America e fare un’opera del genere, perché devi sapere che io sono un amante già del film dei Coen, quindi è stato come realizzare un sogno d’infanzia.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

quattordici − 6 =