Un invisibile trait d’union, eppure così stretto da far sanguinare. Tra Macbeth, Riccardo III e Tito Andronico, da Amleto a Romeo e Giulietta, passando per Otello e Re Lear scorre il fiume del grand guignol, dell’eccesso e delle invidie di potere, travalicando i confini di una messa in scena un po’ gotica e mescolandola con la psicologia dei personaggi, tratteggiati con dovizia e passione dal regista Daniele Gonciaruk. Questo è “Shakespeare Horror Story”, spettacolo itinerante nato nel 2016 e andato in scena al Forte San Salvatore di Messina, dal 28 luglio al 1 agosto scorsi, per soli 55 spettatori a replica, con doppio appuntamento ogni sera alle 19 e alle 21. Il Forte fa da scenario perfetto alla rappresentazione, una sorta di specchio del “dark side” nascosto in ogni opera del grande drammaturgo britannico. C’è infatti una Giulietta affranta dopo aver appreso dell’omicidio di Tebaldo da parte dell’amato Romeo, minacciata da un padre vestito da gerarca nazista (splendida scelta per Sergio Foscarini). C’è il sorriso psicotico da Joker di Riccardo III (Giuseppe Sgro), l’orrendo scempio del corpo di Lavinia che ha il suo contraltare nel “pasticcio” dei cadaveri dei suoi aguzzini, servito come vendetta dal padre (lo stesso Gonciaruk), alla fine della tragedia “Tito Andronico”. L’orrenda morte di Desdemona e le inquietanti streghe di Macbeth, presenza costante nei cupi anfratti del castello e anche bizzarri anfitrioni per gli spettatori, c’è la perfida Tamora (l’ottima Aurora Macrì) con i figli Demetrio e Chirone (Andrea Morgante e Marco Piccolo), vestiti come rockstar, irresistibili nella loro malvagità. Mentre la sera scende sulla lingua di terra del porto dell’antica Zancle, gli interpreti si muovono come spettri in un romanzo gotico, eppure sono vivi di passione, odio, grottesca paura, in un’affascinante confusione delle unità spazio/tempo. Molti gli attori che affrontano un doppio ruolo: su tutti, Annalisa Rando, una stupenda e fragile Giulietta/Lavinia e il bravissimo Marco Dell’Acqua (Re Lear/Amleto). Lo struggente incontro-scontro del principe di Elsinore con la madre Gertrude (Daniela Orlando), sulle note del sublime “Notturno” di Chopin è uno dei momenti più intensi, così come l’epilogo, in cima al Forte: la musica di Battiato che accompagna in modo ipnotico gli attori, le torce che roteano verso il cielo, mentre uno sparo secco mette fine alla messa in scena. C’è ancora tempo per il celebre monologo di Amleto, recitato coram populo dall’eccellente regista Gonciaruk e per gli applausi, tanti, con la stupenda “Love song for a vampire” di Annie Lennox, degno commento sonoro ad uno spettacolo bellissimo, originale nella sua rilettura, un esplicito e convincente atto d’amore nei confronti del Bardo. In questo “horror show”, l’’analisi dei meandri della psiche umana emana implicitamente, non solo dai dialoghi originali, ma anche da come il regista ha saputo dirigere un manipolo di attori non professionisti, educandoli all’espressività e all’amore per il teatro. “Il resto è silenzio”.
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