“Nelle migliori famiglie” non tutto è perduto

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“Questa è per me la bellezza di fare lo scrittore, fermarsi su un fotogramma e dar spazio all’Io narrante, alla riflessione e poi riprendere come se si trattasse di un montaggio cinematografico […] Decostruisco e metto sotto accusa la retorica sulla dissoluzione della famiglia”

“Nelle migliori famiglie” è il nuovo romanzo di Angelo Mellone pubblicato da Mondadori che indaga la natura stessa della famiglia contemporanea seguendo i due protagonisti, una coppia separata di genitori, costretti a rapportarsi con loro stessi. Nel libro di Mellone viene sovvertito il topos letterario della famiglia borghese destinata al fallimento e alla noia, partendo proprio da una famiglia che è già fallita ma che una volta finito l’amore può scoprire qualcosa che non sia la semplice convenzione sociale. Tarantino e padre di tre figli, Angelo Mellone lavora a Rai Uno e attualmente insegna alla Luiss, i suoi lavori spaziano dalla saggistica alla narrativa e oggi racconta ad OFF la sua ultima fatica e lascia spazio ad una lunga e profonda riflessione sulla famiglia e l’amore.

Di cosa tratta “Nelle migliori famiglie”?

La domanda che sta dietro al romanzo è molto semplice quanto drammatica: quanto si può tirare la corda delle “vanità” (l’ambizione personale, il desiderio di successo…) senza che si spezzi quella del legame? Il legame inteso come amore, quello che può essere tra una coppia così come tra genitori e figli, e in che modo l’individualismo colpisce all’interno del rapporto? Riflettiamo su questi interrogativi con la storia di Piero ed Elisabetta: si conoscono negli anni Novanta da ragazzi, sono molto diversi tra loro ma tutti e due accomunati dalla stessa provenienza sociale venendo da due famiglie molto ricche. Nasce un grandissimo amore, mettono su famiglia e l’idillio dura per venticinque anni fino alla morte accidentale di uno dei figli e questo trauma mette in luce la natura “presuntuosa” della loro unione che non considerava la possibilità di una crisi. Incapaci di condividere questa tragedia, ognuno vive il dolore individualmente cominciando a farsi trascinare dalle proprie vanità fino al momento in cui si apre il romanzo, quando decidono di passare le vacanze a Cortina d’Ampezzo (luogo simbolo della romanità facoltosa) ed un nuovo potenziale dramma li costringe ad una convivenza forzata.

La caratterizzazione dei personaggi non è casuale

Ho scelto due personaggi altoborghesi perché vengono meno certi cliché: essendo ricchi non litigano per questioni di soldi, per le loro storie personali non si lasciano a causa di terzi ma implodono ed essendo messi davanti a loro stessi racconto una storia sentimentale in purezza. Nel romanzo gli unici esterni sono di contorno, svolgono un ruolo come nella tragedia greca di ricondurre la trama a ciò che è successo fuori dalla narrazione ed è ad uno di loro che affido il messaggio del libro: non tutto è perduto

In che modo affronti il tema della famiglia nel libro?

Nella letteratura la famiglia gode di cattiva fama. La famiglia è dipinta come una gabbia nevrotica e asfissiante, viene vista come un retaggio del passato ed anche nel cinema italiano le famiglie sono sfasciate o sul punto di esserlo. Si intende il conflitto non in quanto tale, che c’è sempre, ma un conflitto che è già dissoluzione e ciò che invece voglio raccontare è che di fronte a questo può rimanere intatto quel senso di unità. È la volontà superiore di voler unire. I protagonisti sono spinti a fare i conti con sé stessi e scoprire che in fin dei conti dopo l’amore non necessariamente c’è l’indifferenza, ma può esserci qualcosa.

Oggi si può parlare di famiglia senza passare per conservatori (nel senso di retrogrado o confessionale)?

Io personalmente mi definisco conservatore nel senso di colui che costruisce cose che valgono la pena di essere conservate, e la famiglia è una di queste. Nelle ultime pagine del libro faccio questa riflessione: siamo sicuri di voler lasciare questo modello di comunità? Perché la famiglia è comunità, non va vissuta come un retaggio culturale o qualcosa di retrogrado, credo che ragionare così sia un grandissimo errore e già adesso ne stiamo pagando le conseguenze. Non c’è nulla di confessionale in questo pensiero, io sono laico. Bisogna studiare un modello di educazione sentimentale adatto ai giorni d’oggi, sulla famiglia paritaria in cui le donne possono e devono poter fare le stesse cose dell’uomo, in cui il padre non è più la temibile autorità che tutto decide ma passare dalle famiglie in cui si dava del voi a più o meno delle comuni è un’estremizzazione. Ci sono delle intelligenti vie di mezzo che permettono ai genitori di costruire un progetto di vita e ai figli di puntare a dei genitori che non siano degli amici. Anch’io quando mi rapporto a mio figlio mi accorgo delle differenze rispetto a come vedevo mio padre, ho quarantasette anni la stessa età che aveva quando ci ha lasciato e non credo che mio figlio mi guardi con la stessa distanza con la quale io vedevo mio papà. Nonostante ciò per mio figlio resto il padre che comunque ha necessità di mantenere quel ruolo, ruolo evidentemente diverso se vuoi più orizzontale e più empatico ma che rimane. Serve fare una riflessione sulla famiglia oggi che ammoderni ma che non butti tutto.

Nella storia c’è comunque un certo ottimismo sull’amore

È un romanzo di cui vado molto fiero, ho insistito sullo sfatare il mito dell’amore nel senso di innamoramento (che è ben diverso): l’innamoramento è un principio chimico per il quale l’amigdala sequestra il cervello, non mangi e non dormi vivendo un perenne stato di eccitazione, siamo praticamente drogati, ma dura dai sei mesi a un anno e mezzo e l’amore è quello che c’è dopo che siamo tornati alla normalità. Quella voglia di costruire, quella forma di alleanza di patto d’amore o meglio di amorevolezza in questo caso.