Cecchi Gori, un’epoca d’oro e una congiura di palazzo…

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“Non mi definisco mai regista. Ho molto rispetto di chi fa questo mestiere. Sono semplicemente uno che fa dei documentari e dei corti. Per me è più che altro un modo per raccontare storie in maniera diversa da come ho sempre fatto con i miei saggi. Il cinema è un mezzo per arrivare a un pubblico più vasto”. Critico cinematografico, giornalista, regista e sceneggiatore Marco Spagnoli, conosciuto per i suoi doc che indagano il legame tra cinema italiano e d’Oltreoceano (“Hollywood sul Tevere”; “Hollywood invasion” e “Walt Disney e l’Italia- Una storia d’amore”) è reduce dal suo ultimo docu-film “Cecchi Gori – Una famiglia italiana” (2020). Scritto e diretto assieme a Simone Isola, approdato da una settimana su Sky Arte. La storia di una famiglia di produttori, Mario Cecchi Gori e suo figlio Vittorio, punto di riferimento del cinema italiano per oltre sessant’anni. I chiaro scuri di un vivace “laboratorio” che in passato ha regalato al nostro cinema molti dei suoi più grandi successi di pubblico e di critica.

Il ruolo del documentario in Italia, l’importanza del suo linguaggio, l’esigenza di raccontare la vicenda di una famiglia che troppo facilmente è stata rimossa dalla memoria storica collettiva. Spagnoli racconta, in questa intervista, come un’epica privata possa darci l’occasione di leggere anche la storia del nostro Paese. Una chiacchierata con il documentarista realizzata nel programma “Malati di Cinema Live” (ogni domenica sulla pagina fb) in collaborazione con Il Giornale off e l’inserto “Lunedì Film” de Il Quotidiano del Sud. A condurre: Raffaella Salamina, Pier Paolo Mocci e Luigi Tenzi.

Cecchi Gori, un’epoca d’oro del cinema italiano e una congiura di palazzo

Da genere marginale nel panorama italiano del consumo televisivo e cinematografico, il doc sta finalmente conquistando lo spazio che merita

I documentari sono un genere molto richiesto all’estero. Solo recentemente in Italia è cresciuta l’attenzione su questi prodotti. C’è grande voglia di vedere storie, di cristallizzare, in un’epoca in cui la saggistica vive una profonda crisi. Come prodotto si presta a raggiungere una platea più vasta, ne è un esempio il film “Sanpa” che ha fatto molto discutere. Anche il pubblico più distratto ha compreso che il documentario non è necessariamente legato alla natura o al regno animale. In realtà, è un linguaggio che abbraccia tutti i generi. In effetti, trovo che sia limitante che il David di Donatello preveda un solo premio per il “doc” come se fosse un unico genere. Non è affatto così.

Troppo spesso i documentari sono ancora considerati come un prodotto per sperimentare linguaggi

Il problema è che nel cinema italiano i documentari costano poco rispetto all’equivalente internazionale. Questo significa che, nel nostro mercato, hanno ancora un valore attrattivo inferiore e quindi, sono pagati meno. Per questo è più difficile realizzarli e soprattutto distribuirli. Invece, c’è molto spazio in quanto prodotto industriale. Inoltre, il pubblico c’è. Ormai, è abituato a fruire del cosiddetto cinema del “reale”. In un momento in cui viviamo una profonda crisi dei media, i documentari raccontano storie, personaggi che rischierebbero di essere dimenticati dall’informazione “mainstream”. Sono degli approfondimenti molto importanti.

Il tuo ultimo film ripercorre la nascita e l’ascesa di un gruppo di produzione e di distribuzione che in Italia ha fatto la differenza

Con la Cecchi Gori è finita un’epoca d’oro per il nostro cinema. Oggi, è sempre più difficile fare film. Ora, un regista deve trovare una casa di produzione che investa sul suo progetto e poi, inizia il giro logorante di chi potrebbe distribuirlo. Con Cecchi Gori non era così. Se decideva di puntare sul tuo film, il gioco era fatto.

Attraverso la storia di Cecchi Gori rileggiamo anche la storia del nostro Paese

È un’azienda che ha rappresentato oltre mezzo secolo, sessant’anni di storia italiana da “il Sorpasso” in poi. Sono tanti i film che hanno portato sul grande schermo. Anche di genere, basti solo pensare a “L’armata Brancaleone”. Un’industria florida che ha prodotto quasi un migliaio di titoli. Da qui, sono passati tantissimi autori, una factory che ha dato spazio al grande cinema. Hanno offerto grandi opportunità e la libertà di esprimersi ad artisti del calibro di Verdone, Benigni, Troisi. Il documentario che ho realizzato con Simona Isola ricorda questa vicenda dimenticata troppo frettolosamente.

A raccontare questa grande storia è lo stesso Vittorio Cecchi Gori. Una figura controversa e fin troppo discussa

Nel nostro film abbiamo preso le distanze da tutto questo chiacchiericcio un po’ futile. Non ci interessava soffermarci sul gossip o sulle vicende sentimentali di Vittorio. Per noi, Cecchi Gori rappresenta un po’ la “Camelot” del cinema italiano. Ci siamo focalizzati sull’aspetto storico industriale, su come ha contribuito, in un certo qual senso, a fare la storia del nostro Paese. Sulla Cecchi Gori c’è una rimozione “voluta” della memoria. È un peccato che una società di questo calibro sia stata trattata così, rimossa dall’immaginario collettivo. Quante famiglie hanno vissuto grazie alla Cecchi Gori? Quanti autori si sono affermati? Tutto questo è stato dimenticato. Il nostro film si sofferma sulla persona di Vittorio, anche sulle sue vicende giudiziarie. Certo è che quando la Cecchi Gori iniziò il suo declino e fallì aveva un patrimonio solido di 1 miliardo e cinquecento milioni di lire. Quando la Fiorentina è fallita, con un buco di 300 miliardi, una settimana dopo fu istituita una legge che avrebbe potuto salvare la società. Per noi, questa è la storia di una congiura di palazzo e di un’epoca d’oro del cinema italiano che si è conclusa. Resta solo la triste constatazione che nessuno ha più nostalgia per quel modello produttivo.