La storia attraverso le bandiere

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IMG_3475Il terzo millennio si è aperto con il sogno di un’Europa unita sotto un unico vessillo. Una bandiera costituita da un cerchio di 12 stelle dorate su uno sfondo blu. E’ bastato un decennio in cui la prepotenza dei banchieri ha prevalso sull’idea di un popolo europeo, perché i venti cambiassero direzione, facendo di nuovo garrire i vessilli nazionali. La Brexit ha segnato la storica uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, in Francia Marine Le Pen – con il suo Fronte Nazionale – è arrivata al ballottaggio per la carica di Presidente della Repubblica. Una nazione, una bandiera. Non è sempre stato così. La storia delle bandiere è storia recente, fatta eccezione per una manciata di stendardi di origine medievale. Cinque, per l’esattezza.

La grande maggioranza dei vessilli in uso oggi ha visto la luce nel corso dell’età contemporanea o moderna. Delle bandiere dei 193 Stati sovrani rappresentati dalle Nazioni Unite, il 73% (141) sono nate nel corso del XX secolo, il 20% (38) nell’Ottocento, il 5% (9) tra il XVI e XVIII secolo. Solo cinque, come detto, affondano le proprie radici in disegni medievali: Danimarca, Svizzera, Austria, Georgia, Lettonia. La motivazione è da rinvenire nel fatto che il concetto di Stato-Nazione è moderno, scaturisce da quella propensione al particolarismo nazionale che è succeduta all’universalismo medievale alimentato dal Sacro Romano Impero e dal potere dei papi. La storia, con il suo forte ritorno al nazionalismo, sembra, oggi, ripetersi. La bandiera danese vanta le origini più antiche (facendo da modello a decine di altri stendardi), la leggenda narra che il Dannebrog (”Panno Danese”) cadde dal cielo per infondere coraggio ai crociati nei primi anni del XIII secolo. Un simbolo da portare in guerra, così che i soldati potessero riconoscerlo e riconoscersi, in tempi in cui le divise ancora non esistevano. Anche la bandiera elvetica vide la luce per gli stessi motivi.

La storia della neutrale Svizzera è costellata di un numero spaventoso di guerre e di battaglie di ogni tipo, nel corso delle quali le alleanze tra i tre cantoni uniti da un Patto federale – ancora in vigore dopo 700 anni – furono stipulate, estese e rimescolate. I Confederati si scontrarono soprattutto con gli Asburgo, forti di un esercito ben più numeroso di quello svizzero. Nella battaglia di Laupen, combattuta nel 1339, gli elvetici la spuntarono in modo prodigioso nonostante la marcata inferiorità numerica, grazie alla maestria nell’uso delle alabarde e delle picche. Fu nel corso della breve guerra culminata negli eventi di Laupen che gli svizzeri applicarono due strisce sottili di stoffa bianca a guisa di croce per riconoscersi, cosa che fecero cucendole direttamente sugli indumenti dei fanti. Dopo qualche decennio le croci fecero capolino anche sulle bandiere.

Nel 1470 il Canton Svitto – dal cui nome tedesco (Schwyz) il paese alpino adottò la denominazione, Schweiz (Svizzera) – che ebbe sempre un ruolo di primo piano nella politica confederale, fece uso di un vessillo rosso caricato di una grande croce bianca da cui sarebbe poi derivata la bandiera nazionale elvetica. Gli svizzeri non furono i soli a scontrarsi più volte con il casato degli Asburgo. Alla fine del XVII secolo la guerra austro-turca insanguinava l’Europa, l’islamico Impero Ottomano premeva per invadere l’occidente cristiano. Nel 1683 dopo due mesi di assedio si combatté la Battaglia di Vienna, una coalizione di eserciti cristiani riuscì finalmente a fermare l’avanzata ottomana in Europa. In quei giorni nacque la leggenda di un pasticcere viennese, che di notte mentre lavorava, udì il rumore dei turchi che stavano scavando una galleria sotterranea.

Dette l’allarme, salvando la città e forse l’Europa. Per festeggiare lo scampato pericolo creò un dolce, ispirandosi alla mezzaluna – simbolo di origine molto antecedente alla nascita dell’Islam e risalente al IV secolo a.C. quando Filippo II di Macedonia mise sotto assedio la città di Bisanzio – che vedeva in cima agli stendardi degli assalitori, imitandone la forma. In Italia avrebbe preso il nome di cornetto, ma in Francia più appropriatamente ha continuato a chiamarsi croissant, cioè “crescente”, poiché di questo si tratta: il crescente di luna, che tutt’ora spicca sulla bandiera della Turchia. Il dolce creato nella Vienna del seicento è stato, poi, fatto proprio dai francesi, la cui bandiera tricolore ha ispirato popoli e vessilli di molte nazioni; italiani compresi. La Rivoluzione del 1789 con i suoi moti di libertà portò un cambiamento anche nei vessilli che dovevano essere semplici, essenziali. La bandiera della repubblica francese vede la luce proprio agli inizi della rivoluzione quando Gilbert du Motier, meglio noto come marchese di La Fayette, offrì a Luigi XVI una coccarda rossa e blu (i colori di Parigi) – un simbolo utilizzato dalla milizia rivoluzionaria – cui fu aggiunto il bianco dei Borbone. La coccarda non valse a salvargli la testa dalla ghigliottina ma fornì i tre colori che dal 1794 formano il drapeau français.

Due anni dopo Napoleone Bonaparte alla guida di un esercito male in arnese ma determinatissimo invase il nord della nostra penisola, costituendo le Repubbliche Transpadana e Cispadana, con capitali Milano e Bologna. La milizia urbana di Milano, che utilizzava uniformi bianche e verdi, durante il periodo repubblicano fu dotata di accessori rossi. I tre colori furono quelli in uso anche per le uniformi e le coccarde nella Repubblica Cisalpina. La bandiera adottata da quest’ultima in data 7 gennaio 1797, un tricolore a strisce orizzontali bianco, rosse e verdi, è da considerarsi la prima bandiera nazionale di uno stato italiano. Era nato il nostro tricolore. Le bandiere hanno svolto un ruolo fondamentale nella storia dei popoli, sintetizzandone valori e culture. L’utilizzo fattone da coloro che governano gli Stati, tuttavia, è stato spesso finalizzato a supportare meri interessi personali, con conseguenti inutili spargimenti di sangue. Perché, come ebbe a dire Napoleone Bonaparte, osservando il forte impatto emotivo suscitato dal tricolore francese sulla truppa: “E’ con queste bazzecole che si guidano gli uomini”.