Fontana: “È dura dimostrare di essere bravi se non rientri in certe cerchie”

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IMG_3420È uno dei casi editoriali dell’anno, il romanzo La ragione era carnale, scritto da Mariagloria Fontana. Il libro, pubblicato dalla Armando Curcio Editore, racconta la storia della trentenne Bianca e dell’avvento dei social network tra i suoi coetanei accusati dalla politica di essere ‘’bamboccioni’’ nullafacenti, intrappolati nella solitudine di famiglie disastrate e in cerca di sogni, occupazione e amore. OFF ha incontrato la giornalista e conduttrice radiofonica.

Come nasce il libro La ragione era carnale?
Il romanzo era pronto già due anni fa, ma era rimasto nel cassetto. La trama nasce dal disagio che ho percepito tra i ragazzi, alcuni miei coetanei, altri più giovani, nell’affrontare le relazioni interpersonali, sempre meno umane e sempre più virtuali, complici anche i racconti delle mie amiche in cerca dell’uomo giusto, dell’anima gemella e spesso deluse dai rapporti amorosi. Non solo, è anche una critica alla società che ci vuole preparati, competenti ma sempre più sospesi in questo precariato lavorativo che poi diventa anche un precariato esistenziale. Mi viene in mente la lettera di Michele, il trentenne di Udine che di recente si è suicidato, dopo aver ricevuto troppi no dalla vita. Ha scritto un manifesto generazionale. La ragione era carnale raccontando di Bianca, racconta anche di quei giovani, risorsa del Paese, ignorati dalla politica che li addita come ”bamboccioni”.

Come hai costruito il personaggio di Bianca?
Bianca è un patchwork delle mie più care amiche, colleghe e, a tratti, ha delle analogie con me. Infatti, sogna di fare la giornalista, come me alla sua età, ha perso un nonno che adorava, crede dell’amore. Tuttavia, in Bianca ho anche cercato di convogliare diversi aspetti umani rubandoli alle mie letture preferite: è un po’ Joe March di Piccole Donne della Alcott, un po’ Daisy del Grande Gatsby di Fitzgerald, un po’ Elisabeth Bennet di Jane Austen, certo quegli autori sono dei geni della letteratura. Mi sono ispirata a tutte le eroine che ho amato e che hanno plasmato il mio modo di scrivere, così come le autrici Dorothy Parker e Nora Ephron. Ci sono, inoltre, similitudini anche con le protagoniste di due serie tv: Carrie Bradshaw di Sex And The City e Lorelai Gilmore delle Gilmore Girls, e, ancora, con Dorothy del Mago di Oz del film di Victor Fleming, il personaggio di Baby in ‘Dirty Dancing, Noodles in C’era una volta in America, capolavoro di Sergio Leone, ma Bianca è più inquieta, più profonda di questi personaggi cinematografici e televisivi.

Qual è il messaggio che ti piacerebbe lanciare, e a chi, attraverso questo libro?
Un messaggio lo dà alla fine del romanzo proprio Bianca la protagonista e perciò non lo sveliamo, sarà il lettore a scoprirlo. Però alcune considerazioni possiamo farle. La prima è che i social network e le parole sanno essere seduttivi, conturbanti, ma bisogna essere molto vigili perché se ne resta invischiati senza troppa consapevolezza. La seconda è che per quanto spietata questa vita e arida questa società, per quanto ci sbattano le porte in faccia, vale la pena lottare sempre e se non ce la si fa da soli, perché magari non si ha una famiglia che ci sostiene, è utile rivolgersi a qualcuno che ci aiuti. Una morale che vale sia per gli uomini che per le donne, ma specialmente rivolta ai giovani che affrontano le prime crisi, le prime sfide, i primi fallimenti.

Da grande appassionata della settima arte, quali attori vedresti bene in un eventuale film tratto da La ragione era carnale?
Ho spesso immaginato che la Ragione era carnale prendesse vita sul grande schermo. Se dovessi scegliere due attori italiani: Valentina Lodovini per la sua carnalità e Marco Giallini perché lo trovo inquieto quanto basta, oppure Claudio Santamaria e Olivia Magnani, la nipote della grande Anna, non talentuosa come lei, ma ha un volto e dei colori interessantissimi, anche se forse hanno superato l’età dei protagonisti da un bel po’, a parte Santamaria. Se devo sognare, vado sugli stranieri e qui non avrei dubbi: Scarlett Johansson e Benicio Del Toro, che tra l’altro hanno avuto una relazione amorosa nella vita reale, anni fa, quando lei era ancora un’attrice un po’ più che emergente.

Quali ricordi conservi dei tuoi inizi nel mondo del giornalismo?
Tanta fiducia nei miei sogni e poi la tenacia e la passione di quegli anni. La stessa frammista all’ingenuità con le quali descrivo il sogno di Bianca di fare questa nostra bellissima professione. Sogni che in parte si sono avverati e in parte no, ma è la vita. Siamo comunque fortunati.

Negli ultimi anni hai raccolto grandi soddisfazioni sul fronte radiofonico. Di quali vai maggiormente fiera?
Ho avuto la responsabilità di condurre un programma tutto mio di ben tre ore che va in onda tutti i giorni e in cui ho ampia libertà di inserire i contenuti. Inoltre il programma del lunedì con gli ospiti dal vivo mi diverte molto. Tra i personaggi che ho più apprezzato: Giulio Scarpati, Francesco Pannofino, il giornalista Oliviero Beha, il maestro Beppe Vessicchio. Ma ce ne sono tanti.

Quanto è difficile per una bella donna, dimostrare di essere anche brava?
E’ sempre difficile dimostrare di essere bravi specialmente se non rientri in certe cerchie, in certi ambienti e in taluni stereotipi culturali, come diceva Woody Allen in ”Io e Annie”. Talvolta, quando mi capita in qualche conversazione di citare un autore, che so, lo scrittore Marcel Proust o un filosofo, la filosofia è un’altra mia passione, per esempio Edmund Husserl, le persone che interloquiscono con me mi guardano attonite, quasi che per amare la letteratura e la filosofia una donna debba essere brutta, magari struccata e, soprattutto, esile, senza forme. Anni fa, da adolescente, scherzavo con le amiche e dicevo che per essere considerate intellettualmente valide ed eleganti bisognava indossare la taglia 40, modello donna di Giorgio Armani. Oggi sarebbe l’equivalente di una 38.

Quali altri traguardi, in futuro, ti piacerebbe raggiungere?
Vorrei che i lettori amassero Bianca e La Ragione era carnale almeno la metà di quanto li ho amati io. Mi piacerebbe scrivere un altro romanzo e collaborare col New Yorker. Sogno in piccolo, eh?