Lo “scrittore contadino” e l’amor sacro per la terra

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L’epigrafe in incipit dice: “In questa minoranza che siamo, noi non possiamo vincere perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare“, Franco Basaglia. Non è un’altra storia di disagio psichico. Né un manuale sul corretto comportamento di fronte alla disabilità, all’esclusione dei “diversi” e nemmeno l’inno alla modernità e allo sciamanesimo di Basaglia. Nulla di tutto ciò c’è in “L’albero capovolto. Le opere e i giorni in una Fattoria Sociale”, il nuovo libro di Stefano Montello, uscito ad inizio marzo per “Bottega Errante Edizioni”.
Friulano, musicista e scrittore, autore di testi per il gruppo musicale degli FLK e per molti atri artisti, in questo libro Montello racconta semplicemente una storia di vita, la sua storia, o meglio una parte di essa, un solco, una distanza che ha voluto scavare tra il sé di prima e quello di ora, un primo bilancio personale prima che professionale. Lo “scrittore menestrello” o “scrittore contadino” -come lui stesso ama definirsi non senza un compiacimento autoironico- racconta del coronamento di quel sogno trasformato da azzardo a progetto nel 2010 col nome di “Fattoria Sociale Volpares”, un’esperienza di agricoltura sociale per persone che presentano diverse forme di svantaggio o di fragilità psico-fisiche e sociali, e di cui è responsabile: «Non sono psicologo né educatore, tutto quello che faccio è insegnare loro il mestiere e la cultura della buona convivenza, e non sono nemmeno il padrone: senza il loro lavoro la fattoria non sta in piedi». E nel definirsi semplicemente “contadino”, rafforza il suo legame con la terra, madre di radici e cultura, di cui è diventato un vero imprenditore, «responsabile culturale e “colturale” -specifica-, perché la parola cultura e la parola coltura hanno la stessa radice. Che poi è la stessa della parola culto. Dobbiamo far ridiventare la terra una cosa sacra».

Stefano, persona con una ricchezza umana ed una profondità di pensiero sconfinate, dalla terra ha imparato la pazienza e solidità, la gratitudine e l’attesa, col calore di un sorriso che non manca mai. Questo dono forse gli ha permesso di diventare il leader di una strampalata ed eccentrica armata raffazzonata intorno ad una scoraggiante palude, come si presentava all’inizio dei tempi Volpares. Siamo a Palazzolo dello Stella, in provincia di Udine, in piena Bassa Friulana, quando gli vengono assegnati un piano terra di una casa da ristrutturare «che da subito, in quella nebbia di gennaio, mi ricordò più una casa degli spettri» e un pezzo di terra da coltivare «dove, nel fosso attiguo, arrivava l’acqua solo quando pioveva ed era talmente fuori mano che i cinghiali e i caprioli banchettavano indisturbati con le nostre verdure». Oggi sono quattro ettari e mezzo di terra, orti, serre coperte, mille piante di melograni e molti animali, curati da braccia che rispettano un’unica regola: «In fattoria si lavora». Dura legge quella della terra, che educa e forgia chi la accudisce, restituendo una grande lezione di vita: «I ragazzi si prendono cura della fattoria e allo stesso tempo la fattoria si prende cura di loro, in un circolo virtuoso che funziona. Qui l’obiettivo non è fare profitto, ma mettere queste persone in condizioni di stare bene o, almeno, meglio di prima». Oggi in fattoria lavorano 5 o 6 persone, meno che in passato per la mancanza di fondi per le borse lavoro, ma molti da qui sono passati, andandosene sicuramente un po’ diversi da come sono arrivati, forse migliori: «C’è quello un po’ chiuso, che parlava pochissimo e se ne stava in disparte, che ora arriva al mattino, sa già quel che deve fare e lo fa bene, con passione. Parla sempre poco, ma adesso qualche volta ride. C’è quello che si impossessa del trattorino e da lì sopra si dà la stessa importanza di Lawrence D’Arabia sul suo cammello. C’è quello che ripete sempre le stesse cose, che a volte avresti voglia di dirgli “ok ma adesso dimmi qualcos’altro”, che poi alla sera ti manda un sms con scritto “ti voglio bene”». Tanti caratteri, personaggi dipinti con delicatezza ed intensità, lievi nel loro passaggio sulle pagine come una folata di vento, che a tratti ti scompiglia ma senza disturbarti, lasciandoti la voglia di assaporarne ancora.

Capitoli brevi che scorrono con ritmo fluido e piacevole, creando un racconto circolare che si chiude su se stesso finendo dov’è iniziato non come punto di arrivo ma di nuova partenza ancora da scrivere. Questo di Montello non è un romanzo, non nel senso narrativo del termine, quanto una non-storia, una globale riflessione sulla “linea d’ombra” della vita, che ci separa ed unisce nelle casualità dell’esistere; che separa ed unisce noi stessi dagli altri ogni qualvolta, per qualche ragione, quella linea si spezza, lasciando entrare una luce diversa, accecante, distorta e autentica, che ci fa cambiare prospettiva e punto di vista, colorando le cose in maniera irreale, cancellando alibi e intransigenza. Tre mesi di scrittura di getto, un anno di sedimentazione, per trasferire in racconto, un po’ surreale e a tratti metafisico, l’esperienza reale di Basaglia, che «se non scritta correva rischio di non lasciare traccia e scomparire anche dalla memoria. La mia grande vittoria è stata certificare che questa realtà è esistita e sarà viva per sempre». Seconda parte di una “trilogia dell’orto” iniziata con il Manuâl critic pal ort (Forum editrice, 2008, introduzione di Pierluigi Cappello, tradotto poi in italiano per la stessa casa editrice nel 2014), con in previsione un terzo libro che al momento non sa dove lo porterà, ma che riguarderà ancora una volta lui, perché «io non so scrivere di altro che di me stesso». Vista la sua eterogenea anima artistica, al romanzo seguirà probabilmente uno spettacolo musicale: «ho già messo da parte delle canzoni e molta voglia di tornare a scriverne i testi, per creare un amalgama musicale preciso che racconti attraverso una decina di brani il libro».