Alessandro Bazan: “La pittura è inutile, per questo è rivoluzionaria”

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Alessandro Bazan, nato a Palermo nel 1966, è un pittore figurativo visionario formato all’Accademia di Urbino e grande appassionato di jazz. Considerato il più anziano esponente della cosiddetta “Scuola di Palermo” — definizione coniata da Alessandro Riva negli anni ’90 — ha condiviso con altri artisti un percorso che, dalla riscoperta di Renato Guttuso, si è esteso all’attraversamento delle avanguardie del Novecento, alla cultura pop, al cinema, alla graphic novel e a una ricerca formale in cui il corpo diventa elemento compositivo dello spazio. Si racconta in esclusiva in questa intervista.

Chi sei e come definisci la tua iconografia figurativa- visionaria in cui mescoli differenti codici  della cultura  pop, cinematografica  e  riferimenti alla tradizione popolare siciliani?

Chi sono? Non è una risposta ad effetto, non l’ho mai capito veramente. In realtà non me lo sono mai realmente chiesto, non ho un approccio troppo introspettivo con l’esistenza, forse da questo dipende una certa indefinibilità del linguaggio mio pittorico? Credo sia considerato allo stesso tempo pindarico, senza una definitiva riconoscibilità e al contempo riconoscibilissimo! Mi lascio pervadere e coinvolgere da ciò che sento sul momento, pronto a tradirlo un istante dopo, se necessario, a cambiare direzione, per poi tornare, magari allo stesso punto di partenza, che però cambia anche quello. Insomma un casino! Ma credo di essere fatto così, non voglio conoscere me stesso più di tanto perché ho troppa curiosità e poco tempo per dedicarmi a tutto quello che mi sta intorno, per quel che posso.

Quanto incide essere nato a Palermo, città contraddittoria dove vivi e lavori nel tuo lavoro ?

Forse tanto, sebbene gli anni formativi li abbia passati in giro. Amo molto le Marche, che considero la mia seconda patria e ho sempre avuto un rapporto stretto con la Germania. Certamente, Palermo è dentro di me tanto quanto io ne sono cittadino, per scelta, nonostante (oppure proprio per) le sue contraddizioni, le sue meraviglie nascoste e il suo perenne senso di totale disfatta.

Ti consideri un paladino della postmodernità, un nostalgico  o apocalittico integrato cantore  di un realismo pittorico  sui generis?

Quello che so è che quello che dipingo è stato condizionato, come dicevi, più dal cinema, dalla musica o altro, piuttosto che dalla pittura stessa. Forse per questo i miei quadri ricordano molti stili ma non ne “inquadrano” precisamente a nessuno. Credo che ciò che deve caratterizzare il lavoro di un artista come me non sia dicibile ma profondamente ermetico, in qualche modo evidente ma mai troppo definitivo. In fondo ho sempre lavorato di improvvisazione nel tentativo di trovare qualcosa di diverso, fuori da me, che sia del creato. No saprò mai se ci sono riuscito o no, però secondo me il bello è proprio questo andare, piuttosto che un infausto giungere a delle conclusioni. L’arte per me è materia vivente, non promulgazione di verità o di questioni legate al ragionamento. Il ragionamento artistico è, secondo me, fatto di riflessioni profonde che nascono in un momento di massima distrazione.

Negli anni’90 del secolo scorso sei stato capofila della “Scuola di Palermo”, insieme a Fulvio di Piazza, Andrea  Di Marco e Francesco De Grandi, cosa  avete  proposto di nuovo   nell’ambito  della pittura  figurativa  negli  anni dell’avvento  di internet?

Più che capofila sono il più anziano. Col senno di poi credo che insieme a loro abbiamo rimesso in campo, ognuno a suo modo, la pittura di rappresentazione, il che è stato sempre confuso con l’introduzione della “narrazione”, parola che non ho mai amato almeno quanto Cezanne, nel campo pittorico. Fatto eretico e desueto in quegli anni ‘90!

 Ciò che penso è che i nostri quadri diano la sensazione di un divenire del tempo, e questo è l’unico fattore che ci accomuna, ma che di fatto rimangono delle immagini fisse, com’è la pittura, insomma oggi si confonde questa parola “narrazione” con quella che si usava un tempo ormai desueta che è “ aver movimento”, come dire che la composizione del dipinto si disarticola in varie direzioni… A pensarci bene anche la parola “composizione” è scomparsa dal lessico artistico, come le parole “moderno”, “futuro” e “avanguardia”, e molte altre tutte sostituite dal concetto di “contemporaneità” ormai ampiamente sputtanato dagli stessi suoi inventori, che non considerano che l’arte è stata sempre contemporanea! Oltretutto vorrei ricordare che i lessici perdendo vocaboli si impoveriscono perciò si banalizzano anche i concetti che si restringono, se vuoi. Ebbene noi, questa cosa, la pensavamo già trent’ anni fa e più  il sistema dell’arte si avvicinava a questo concetto, oggi ripeto rinnegato dai suoi stessi fautori, più noi ce ne allontanavamo, e venivamo considerati dei pittori di provincia che nulla avevano a che fare con l’ “Arte Contemporanea”, oggi sostituita dall’ arte, a mio avviso un po’ retorica, di chi si occupa goffamente e superficialmente di società e comodi diritti umani, a mio parere debole e conformista come la prima, fatti salvi ovviamente gli artisti bravi che le mode le lanciano, non le seguono.

Attualmente siete ancora un gruppo coeso e solidale e tenete mostre insieme, oppure ognuno di voi  percorre strade diverse ormai?

Siamo un gruppo coeso e solidale pur intraprendendo strade diverse da sempre. Una delle critiche che ci hanno sempre mosso era quella di definirci una “Scuola di Palermo”, termine coniato nei primi anni ’90 da Alessandro Riva, in un articolo, il primo, uscito su Arte Mondadori. In realtà questa cosa controversa in quegli anni di gioventù oggi è diventata una realtà dato che molti giovani, non solo a Palermo, scelgono la pittura di rappresentazione come linguaggio, cosa che non nega anzi collima con l’arte che non ha la pittura come media, oggi banalmente definita concettuale. Noi non ne abbiamo mai negato l’importanza, a discapito di chi ci vedeva, e vede ancora, pittori “tout court” che non accettano nient’ altro che la pittura. In realtà uno dei nostri maestri in accademia a Urbino era Pier Paolo Calzolari, grande dell’Arte Povera. Quella di dipingere, per noi è stata una scelta, non un limite mentale.

 Oltre alla pittura sei un batterista appassionato di musica jazz, che rapporto c’è tra le due sublimi arti ?

La totale inutilità di entrambe le cose! L’ inutilità mi affascina, oggi, in un mondo di dittature economiche spietate, il dedicarsi a cose prive di utilità è rivoluzionario! E forse lo è da sempre.

Esponi a Milano presso la Galleria Bonelli, a Palermo da anni nella Rizzuto Gallery, le tue opere fanno parte della collezione Permanente del Museo di Arte Contemporanea di Palermo a Palazzo Riso, e a febbraio  inauguri una importante  mostra personale:  Jazz: Düsseldorf/Palermo allo Stadtmuseum di Düsseldorf  (dal 10 febbraio al 9 agosto 2026 ), cosa intendi comunicare  di  te  al pubblico tedesco  in questa  occasione?

Per me è una bellissima cosa perché con i miei lavori ci saranno i quadri di un grande pittore tedesco Konrad Klapheck, un mio mito personale. In questa mostra intitolata inizialmente “Jazz and the city” e voluta da due miei carissimi amici Michael Kortlaender e Alessandro Pinto, il motivo fondamentale è la storia del jazz nel secolo scorso, con particolare riferimento all’ oscurantismo causato dal vietare questa musica nel periodo oscuro dei regimi totalitari. Questa mostra si terrà nella roccaforte dei pittori espressionisti storici della Renania, ai quali mi sento molto vicino e che mi furono di grande ispirazione negli anni ’80, quando ero uno studente dell’Accademia. Di solito si vorrebbe trovare una mia discendenza da Guttuso, pittore che amo e ammiro moltissimo, ma io ho imparato dai tedeschi e soprattutto da un norvegese Edward Munch. Sono collegato al maestro di Bagheria più che altro per le mie, e sue origini natie, in ogni caso ho sempre stimato Guttuso e lo considero uno dei più grandi disegnatori di sempre, per non parlare del fatto che il suo lavoro, oggi è molto discriminato dagli artisti “politically correct” che in realtà dovrebbero assurgere il suo nome a vessillo della loro arte, ma viviamo in un mondo di grandi contraddizioni, si sa…   

In quali opere ti rispecchi di più e perché?

Soprattutto mi ritrovo in quelle che non ricordavo di aver dipinto che ogni tanto riemergono dal passato in vari modi, mi sorprendono sempre.

Sei docente di ruolo di diverse discipline intorno all’anatomia e fenomenologia del corpo all’Accademia  di Belle Arti di Palermo, come si insegna pittura  figurativa e disegno alla generazione Z fagocitati  dall’estetica digitale  e  convertiti all’AI?

Io credo, come molti altri miei colleghi e gran parte dei giovani dell’accademia che imparare a disegnare sia estremamente utile, il che non nega l’esistenza dell’aiuto tecnologico ma, penso che quello da solo non possa bastare, almeno al momento, perché quello che non si può umanizzare dell’intelligenza artificiale è prima di tutto la possibilità di commettere errori, attitudine fondamentale per l’arte. L’ I.A è fatta per essere esatta, almeno al momento, per come la vedo io la macchina funziona se funziona l’uomo, sennò da sola non ce la può fare.

Quale grande jazzista avresti voluto essere e perché?

Io nel mio piccolo penso che l’elemento fondamentale della musica jazz, secondo i grandi, stia nel fatto di possedere una propria voce, un proprio suono, dunque umilmente cerco di trovare il mio piccolo suono consapevole. Credo che ci vorrebbe un’altra vita per potere sognare di diventare qualcuno in quell’ ambito, ho perso troppo tempo con la mia cara pittura per potermi dedicare alla musica come avrei voluto.

Qual è la tua città ideale?

La New York degli anni ’60.

Qual è una tua opera che proprio non sopporti ma c’è come fatto visivo e soggetto all’interpretazione   del pubblico?

Ce ne sono alcune, talune le ho cancellate, per quanto riguarda il pubblico penso che possa fraintendere o meglio deve interpretare le mie immagini come meglio crede, il mio lavoro non è elitario, non vuole nascondere significati per pochi, anzi è scevro dai significati, vuole proporre delle visioni tali che ognuno possa farci ciò che vuole, anche detestarle, ignorarle o amarle alla follia.