Non gli va bene nemmeno la Venezi alla Fenice

0
Instagram beatricevenezi

Neanche il tempo di nominare Beatrice Venezi ai vertici del Teatro La Fenice di Venezia (incarico che eserciterà fra un anno) e i sindacati insorgono esigendo “l’immediata revoca, avvenuta con modalità e tempistiche che hanno calpestato ogni principio di confronto e trasparenza”. Ellapeppa, com’è avvenuto tutto ciò? Forse che il sovrintendente della Fenice ha assaltato il campanile di San Marco con un tank imponendo la Venezi con l tecnica del colpo di Stato? Forse che l’ha nominata interferendo in diretta il TG di Rai 1 predisponendo l’occupazione del Ministero dell’Interno? La ragione dell’alzamiento del collettivo della Fenice è un altra e c’entra niente con la democrazie e Tocqueville, è molto terra terra: Beatrice Venezi non ha la tessera del PD, non è una paladina woke e forse ma forse non è nemmeno di sinistra, tanto basta per gridare al presidio democratico. Ma il sovrintendente Nicola Colabianchi li smentisce: “Non mi spiego questa rigidità, non so dettata da quali motivi”. E rincalza col carico da 90: “E’ bravissima, è giovane e donna e può consentire alla Fenice di tratteggiare percorsi nuovi e di attrazione per i giovani”. Nell’attesa che si spengano i boatos degli indignati speciali ai quali va tutto bene finchè a ricoprire ruoli apicali è uno di loro, vi proponiamo l’intervista al “direttore” Beatrice Venezi pubblicata su CulturaIdentità di febbraio 2023

“Il mio mestiere ha un nome preciso e nel mio caso è quello di direttore d’orchestra, quindi chiamatemi direttore e non direttrice d’orchestra”, aveva detto nella quarta serata del 71esimo Festival di Sanremo condotto al fianco di Amadeus: Beatrice Venezi non solo non è una che non le manda a dire ma è anche caparbia, come quando per due volte di fila l’avevano esclusa alla scuola di specializzazione in composizione: poi il Corriere della Sera la inserì fra le 50 donne più creative dell’anno. Libertà (per dire le cose come stanno, come Oriana Fallaci) e coraggio (per voler operare in un ambito lavorativo complessivamente maschile e magari anche un po’ escludente. E comunque niente frac: tacchi) si abbinano in una tempra di ferro: la Venezi non sta china sullo spartito a ingobbirsi sebbene la musica sia il suo amore e il suo lavoro, perché se la mente ha fame anche il corpo chiede energia. Perché, citando molto liberamente Enzo Jannacci, non solo “ci vuole orecchio” per dirigere un’orchestra. Del resto anche il Maestro Herbert Von Karajan era uno sportivo, amava la velocità e si era fatto fare una Porsche pronta per la pista, ordinando ai preparatori di tirar via anche l’autoradio: voglio ascoltare solo la musica del motore, così pare avesse detto niente meno che il grande tra i più grandi direttori d’orchestra.

Beatrice Venezi, ce l’ha anche Lei una “stranezza” sportiva in apparente controtendenza al suo lavorare nella musica?

Nessuna. Essendo sempre in giro per il mondo è difficile per me avere una routine in campo sportivo. Però ultimamente mi sono appassionata al pilates, è molto utile per il mio lavoro

Cultura popolare / cultura accademica: due cose distinte o distanti?

Distinte e distanti. Il teatro nasce come forma popolare di intrattenimento di alto livello con messaggi fondanti (Verdi, il Risorgimento), che però abbiamo perso a favore di una visone snob della cultura, come se l’intrattenimento fosse qualcosa di meno “importante”. Il risultato è che i nostri teatri sono mediamente vuoti o frequentati più da teste canute che non dai giovani. Non è solo una questione generazionale, perché questo stato di cose tende ad escludere anche chi già opera nell’ambiente. Una doppia esclusione, quindi: verticale e orizzontale. Io invece credo in una cultura davvero accessibile.

Quando sente una canzone pop o rock, La colpiscono le sue eventuali ingenuità/imperfezioni?

Alcuni brani rock sono autentici capolavori, come Stairway to Heaven dei Led Zeppelin. [….]

LEGGI L’INTERVISTA COMPLETA SU CULTURAIDENTITA’

abbonati a culturaidentita’