Linda Randazzo è nata a Palermo nel 1979, dove ha studiato scenografia e pittura all’Accademia e vive del suo lavoro artistico con tenacia e difficoltà senza il supporto di gallerie o collezionisti. Oltre a condividere progetti teatrali con importanti compagnie internazionali, con passione e dedizione si occupa di tutoraggio di studenti diversamente abili in Accademia. Le sue opere fotopittoriche di taglio espressionista, rigorosamente ad olio, che aprono riflessioni su codici culturali e l’estetica quotidiana, ancora non trovano il riconoscimento del mercato più ampio, difficile da raggiungere soprattutto da Palermo per una donna audace e complessa che vive l’arte con passione in maniera totale, e come dice lei è “una sorta di resilienza sociale d’artista”.
Sei scenografa e costumista, performer, cos’è per te la pittura?
La scenografia e i costumi li faccio perché amo il teatro, ho delle competenze nel tipo di ricerca che faccio con gli artisti con cui lavoro. Frequento linguaggi assolutamente diversi dai miei e questo mi apre la mente. Nel teatro le arti convogliano nell’opera unica. Quello che creo in teatro non è mai solo mio. Le performance le ho fatte ma non mi sento una performer, per alcuni anni ho lavorato con la Sicilian Improviser Orchestra di Lelio Giannetto, confrontandomi con musicisti, danzatori, attori in atti performativi. La pittura sono io, è il mio modo di vedere e stare al mondo. È la mia autarchia. Tutto quello che faccio parte da lì.
Hai frequentato l’Accademia di Belle Arti di Palermo, che ricordi hai del periodo di formazione, e cosa non faresti più se tu potessi cambiare qualcosa del tuo passato?
È stato il periodo più bello della mia vita quello come studentessa dell’Accademia. Poi però sarei dovuta andare via, lasciare Palermo perché per me spesso è un suicidio o masochismo fare l’artista in questa città.
Vieni dal teatro, dalla cosiddetta scuola di Matteo Bavera, ex direttore del Teatro Garibaldi di Palermo, quale eredità ti ha lasciato?
Il Garibaldi alla Kalsa di Bavera, era nel circuito dell’“Unione dei Teatri d’Europa”. Oltre che eccellenze internazionali, vi confluivano giovani artisti in cerca di esperienze concrete nella messa in scena. In quel luogo ho conosciuto artisti con cui ho lavorato in seguito, e soprattutto Giuseppe Massa, attore, drammaturgo e regista con cui collaboro tutt’ora per la sua compagnia Sutta Scupa. Condividiamo codici che abbiamo appreso in parte in quell’ambiente, senza considerare indirettamente la lezione di altri maestri. Ciò che ha cambiato il mio approccio alla scenografia, lavorando con Andrea Cusumano, (pittore, performer e regista, allora assistente di Hermann Nitsch), è che il teatro può essere fatto da artisti visivi e che le discipline possono mischiarsi. Continuo a studiare con artisti internazionali che lui invita, mi interessa sia la performance che le questioni legate alla drammaturgia dello spazio.
Come pittrice hai esordito nella cosiddetta Scuola di Palermo, fondata da Alessandro Bazan e Francesco De Grandi, attualmente chi sono i tuoi punti di riferimento?
Il mio maestro è Alessandro Bazan. De Grandi è un riferimento artistico e umano da sempre. Essere riconosciuta come esordiente nella scuola di Palermo, è stata una necessità scientifica dei critici per connotare le mie radici figurative. Questo mi onora. Tra maestri e allievi c’è un modo intimo e comune di concepire il fare pittura, più che la tecnica pittorica. Io condivido la filosofia e molte questioni poetiche della scuola di Palermo. Gli artisti, come nelle discipline iniziatiche hanno dei maestri da ringraziare. Enzo Patti è il mio primo maestro di scenografia e costume. Punti di riferimento: Andrea Di Marco, Francesco Lauretta, Alfonso Leto, una intensa amicizia con Guido Baragli e il compositore Gianni Gebbia, Luigi Presicce e il suo Simposio di Pittura. Da poco anche Fulvio Di Piazza, tutti mi hanno arricchito e con loro continuo a confrontarmi.
Pratichi un pittorico-fotografico, quasi pasoliniano, che funzione ha la fotografia nella tua ricerca?
Penso con arroganza di poter usare la fotografia per dipingere quando non ho a disposizione i miei soggetti dal vero, rispettando il mio occhio pittorico. Dalle foto estraggo prima il disegno, invento i colori, anche gli impressionisti usavano le foto, anche se cerco di non avvilire la pittura, provo ribrezzo per il realismo fotografico in pittura. Penso che nella mia tecnica pittorica ci sia una schizofrenia, guardo da dentro come una espressionista ma analizzo e traduco come una impressionista. Per me la pittura è fatta anche di sporcizia e gesti selvaggi. Amo Pasolini perché rende assolutamente poetiche immagini crudelmente reali, le rende “vere”. Considero il vero lo stadio poeticamente evoluto della realtà.
Quali pittrici figurative di ieri e di oggi ti piacciono?
Frida Khalo, Berthe Morisot, Suzanne Valadon, Paula Modersohn-Becker, Cecily Brown, Tracey Emin, Chantal Joffe, Elizabeth Peyton, Paula Rego, Alice Neel, Marlene Dumas.
Sei nota per un a pittura di genere popolare e per intensi ritratti di amici o conoscenti del tuo universo affettivo, cosa cerchi nelle persone che dipingi e nel ritratto?
Esorcismo della morte, l’inconscio, il non detto e l’inesprimibile. Non amo molto le definizioni di genere, anche se capisco siano necessarie. Se “Popolare” significa che la mia pittura sa parlare a tutti, allora sono felice di questo. Caravaggio per me era estremamente popolare.
Perché ti sei autoritratta con i baffi alla Dalì?
Il mio autoritratto s’ intitola “ho l’invidia dei baffi di Dalì”, (collezione Benetton). Mi riferisco all’invidia del pene, una provocazione contro un artista che mi fa profondamente antipatia, di cui però invidio i baffi, attributo non di mascolinità ma di ego smisurato. Ho voluto fargli un omaggio perché ho letto i suoi segreti magici per dipingere, trovo che sia totalmente un genio anche se un orrendo pittore.
Perché ti interessa il corpo femminile spiaggiato sotto il sole africano della spiaggia di Mondello?
Nel corpo c’è il principio mistico della putrefazione, è scultura plasmata dalle emozioni. Studio questo linguaggio. Il corpo maschile non mi sembra così interessante come quello femminile. La gente sta nuda in spiaggia, è l’unica opportunità che ho per studiare il corpo in piena luce, cosi a volte schizzo o chiedo una foto. Soffro quando mi identificano come pittrice dei “ciccioni di Mondello”. La popolarità delle mie tele nasconde un’altra istanza. Quella spiaggia è metafora dell’inferno sulla terra che si vive attraverso il corpo nella società. Mi hanno detto che mi crogiolo nel colore e nella retorica della sicilianità. Io questo lo ripudio.
Sei attratta da soggetti di erotismo femminile, perché?
Per sfatare che l’erotismo femminile può essere solo un soggetto oggettificato sessualmente dal punto di vista maschile. A me interessa il corpo delle casalinghe come quello di una donna che esprime la sua sensualità. Una donna può essere ciò che vuole quando vuole, l’erotismo non ha niente a che fare con la sessualità. Ho molti disegni di nudi maschili che tengo segreti e questo mi diverte moltissimo.
Guttuso, Vucciria, i Malavoglia di Verga, le novelle di Pirandello, il Mediterraneo, la gente comune di Palermo, quanto incide vivere e lavorare in questa città nel tuo lavoro?
Forse troppo, è un’incisione ontologica. Non possiamo trascendere l’antropologia dalla produzione dell’arte, ne sono convinta.
Essere donna e artista a Palermo è un problema o una opportunità per trovare nuovi linguaggi al di fuori delle mode e del mercato dell’arte?
Non voglio sembrare femminista per moda ma sinceramente dopo riflessioni, penso che sia un problema. Dato che il mio lavoro è sincero e sostanziale di una poetica assolutamente personale e intimista, in fin dei conti che io sia una pittrice fuori dalle mode e dal mercato dell’arte è una realtà e un peso!
Quali sono i collezionisti siciliani che stanno aiutando gli artisti dell’isola a farsi conoscere in Italia e all’estero?
Io conosco solo le attività della collezione Elenk’ Art della famiglia Galvano di cui c’è stata una importante mostra a Palermo a Palazzo Sant’Elia, a cura di Sergio Troisi e Alessandro Pinto, e tra oltre duecento esposte c’ero anch’io !
Perché ti interessano i lottatori di Sumo, chiamati rikishi e come sei approdata a questo soggetto così lontano dalla cultura occidentale?
Non ne ero cosciente, ma ho rivisto questi lottatori nei corpi di alcune bagnanti che ho dipinto. Esprimono forza, resistenza, marzialità tipica di qualche antica religione matriarcale mediterranea.
Che funzione ha il disegno nel tuo lavoro?
È tutto, con funzioni diverse. Nella pittura ad olio sta sotto e regge la struttura della tela ma le linee si perdono nel colore (ed è giusto che sia così). Negli acquarelli sono solo una traccia leggerissima. I miei disegni sono delle vere e proprie opere compiute, anche gli schizzi, perché sono stata tutta la vita a cercare la linea perfetta.
Negli acquarelli tendi all’essenzialità, procedi per sottrazione e sei incentrata sulla linea fluida e armonica, mentre nei dipinti riempi la tela di colori e dettagli,
Usare due tecniche pittoriche diverse è come usare due strumenti musicali diversi. Si suonano diversamente e arrivano a forme espressive completamente divergenti o addirittura antitetiche. Io scelgo in base alla mia emotività non sempre in armonia con ciò che mi accade.
Hai mai sperimentato l’Intelligenza artificiale nel tuo lavoro, lo farai?
No! trovo che l’intelligenza artificiale sia stupida e non possa maneggiare il metafisico.
Oltre a Deleuze, Ponty, Foucault, quali critici d’arte contemporanei ti aprono la mente verso nuovi territori d’indagine della condizione umana, attraverso l’arte?
Ho letto e amato Erwin Panofsky storico dell’arte, sono molto interessata alla lettura simbolica delle opere, trovo che i simboli siano un ottimo elemento per la riflessione sull’essere umano, forse perché sono universali, anche se rimane di carattere prettamente culturale o psicanalitico. Per il resto mi riempie di più leggere la poesia che la critica d’arte.
Come ti cambia l’essere anche insegnante di sostegno all’Accademia di Belle Arti a Palermo?
In meglio: prendersi cura degli altri rende migliori e poi certi studenti sono degli artisti incredibili e io posso solo imparare da loro. Sono persone di cui ho profondissima stima.
L’arte è terapeutica, cosa può curare e a che cosa serve?
Io mi chiedo spesso se l’arte sia un disturbo di personalità o la sua cura, o tutte e due le cose insieme… Vivo l’arte come una sorta di adattamento a qualche diversità, altrimenti invalidante. Sono certa che sia una forma di reazione alla propria ferita narcisistica. Il narcisismo è il germe dell’arte e la vera arte è la sua cura. Si l’arte è terapeutica per l’artista, per l’umanità. Nietzsche dice che l’arte è l’unica cosa che abbiamo per sopportare la verità. Io la penso così.
Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Dipingere centinaia di quadri ogni anno e vivere solo di questo. Gli altri sogni non li rivelo perché sono siciliana e la Sicilia è isola di superstizione e magia.











