Gabriele Lavia. Gli ultimi maestri della scena italiana

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Oggi Gabriele Lavia compie 78 anni. Vi proponiamo per l’occasione l’intervista di Edoardo Sylos Labini (Redazione).

“Anch’io ero OFF”: al telefono con GABRIELE LAVIA

Ci racconti un episodio OFF dell’inizio della tua carriera, un aneddoto, una cosa che ti è successa durante l’Accademia?

La generazione d’oro dell’Accademia era quella prima della mia – Manfredi, Panelli, Gassman, Monica Vitti – però quando l’ho frequentata si respirava ancora un’aria che poteva ricordare quel mondo. La vita di un ragazzo che si avvicinava al mondo del teatro era completamente diversa, eravamo veramente poveri, dividevamo stanze d’affitto con il bagno sul balcone. La vita era un pochino più difficile di oggi, ma forse c’era più possibilità, io non ho avuto particolari problemi per fare questo lavoro, ho cominciato a fare personaggi importanti abbastanza presto. Una settimana dopo aver finito l’Accademia avevo già la prima scrittura. Ho avuto la grande fortuna di non stare mai fermo tanto, oggi gli attori stanno anche una o due stagioni senza lavoro, ma è anche vero che gli attori sono molti di più di una volta; ai miei tempi c’era solo l’Accademia d’Arte drammatica, oggi si vedono per le strade le pubblicità di sedicenti Scuole di Teatro, magari poi sono cialtroni che per guadagnare soldi in nero fanno lezioni di teatro… qualche sciocco che abbocca c’è, poi crede di dover fare l’attore ed è rovinato per tutta la vita!

In Italia quando si dice ‘teatro’ si dice Gabriele Lavia, sei uno degli ultimi Maestri della scena italiana. Sei anche uno dei pochi che può permettersi di dirigere e recitare contemporaneamente…

Pensa che orrore… una volta ero l’enfant terrible e adesso sono il vecchio maestro… che schifo! Questa è una delle cose peggiori che possono capitare a un essere umano!

Che differenza c’è tra un regista che fa l’attore e un attore che fa il regista?

Io sono un regista che fa anche l’attore, perché credo che il mio talento sia quello della regia. L’attore lo faccio perché sennò mi sembrerebbe di tradire il teatro, ma comincio le prove quando vado in scena perché non ho tempo, mi occupo degli altri. Arrivo sempre alla Prima senza sapere la parte, allora comincio a provare io… quando salgo in scena durante le prove provo poco, non mi fermo così tanto quanto io fermo gli attori quando li dirigo dalla platea, perché mi vergogno un po’ di perdere tempo con me stesso… poi alle prove, dopo un mese di repliche, più o meno mi metto in pari con gli altri… è andata così da molto tempo, è molto faticoso e anche angosciante.

Usi un assistente che fa la tua parte?

Questo sempre, perché ho la mania delle posizioni, dei movimenti in scena, non amo vedere quello che si vede sui palcoscenici italiani, i pasticci, ho bisogno di mettere ordine.

È vero che fare l’attore di teatro è il mestiere più difficile in campo artistico?

Credo che sia l’Arte fra tutte. Con parole un po’ difficili e quindi anche un po’ noiose, l’Arte è la messa in opera di qualcosa, della verità. Questa opera d’arte, appunto, in cui si mette la rappresentazione della verità può essere un’opera di colori, una scultura, suoni di strumenti musicali. Il teatro, invece, l’arte dell’attore, mette in opera il corpo dell’attore, ma perché l’attore metta in opera se stesso bisogna trovare la materia, cioè il se stesso… come puoi mettere in opera te stesso se non hai trovato te stesso? È come voler fare una scultura di marmo senza avere il marmo, una pittura senza tela e colori, una musica senza strumenti che la eseguano. Prima di mettere in opera questa verità dobbiamo trovare noi stessi, è un problema da un punto di vista non soltanto psichico, ma anche fisico. Ci siamo abituati a pensare che tutto sia anima, mentre tutto è tragicamente e meravigliosamente corpo.

Ne I pilastri della società di Ibsen, che ebbi il piacere di vedere al Teatro La Pergola di Firenze, affronti il tema della corruzione e dell’ipocrisia del potere, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”: è veramente sempre così?

La politica non è qualche cosa che nasce in un campo particolare, è qualcosa che nasce all’interno della società, quindi è una società corrotta che produce la corruzione. Il male è sempre di tutti, personalmente non ho mai rubato né ucciso, ma evidentemente dentro di me c’è latente questa possibilitas di compiere il male. Ibsen nel 1870 (o 1875, o 1877, a seconda dell’edizione che si vuole prendere in esame) fa questa spietata parabola della sua società, parabola che ho voluto tenere allontanata dai nostri giorni, l’ho voluta tenere proprio negli anni in cui è stata scritta per poter mettere il pubblico nella condizione di dire: “Accidenti, non è cambiato nulla! Che cosa c’è che non funziona dentro di noi?”. E il pubblico coglie questa proposta e partecipa con molta ironia, ma anche con molta riflessione e molta amarezza per la condizione in cui versa la nostra amata Patria, come potrebbe dire un poeta del passato.

Secondo te se oggi si rifacesse il teatro in televisione funzionerebbe ancora?

Dipende da come viene fatto. In televisione non si può fare il teatro, è come voler fare la televisione a teatro o il cinema in una sala da concerti. Alla televisione si fa la televisione, al cinema il cinema e in una sala da concerti un concerto. Se prendiamo un testo teatrale, lo adattiamo e lo sceneggiamo per la televisione e lo facciamo bene, allora il teatro potrebbe avere un grande successo, perché i testi, almeno quelli belli, sono tra le opere che resteranno nella memoria storica dell’umanità di tutti i tempi. Se invece pensiamo di prendere delle telecamere e andare a riprendere il teatro tout court, allora certamente è un’operazione che non può funzionare, va bene come documento, ma non si fa in questo modo. Il teatro è una cosa molto seria e la televisione, se vuole occuparsene, deve farlo in maniera molto seria e con grande impegno di carattere produttivo.

Hai un gesto scaramantico che ripeti ogni volta prima di andare in scena?

Mi tocco le palle, che è sempre una buona cosa e che consiglio a tutti prima di fare qualunque cosa!

Per chi voteresti oggi se si andasse alle elezioni?

Non so se andrò a votare, perché sono troppo amareggiato. Vedo che nessuno si preoccupa veramente della gente, ma si preoccupa del proprio orticello. La politica non è preoccuparsi di se stessi, è occuparsi di quel ‘polo’ – perché politica è l’essenza del polo – di quel centro di attrazione, quel nodo culturale intorno a cui una comunità di uomini più o meno vasta si riunisce riconoscendosi in quel polo. Il polo in genere è una narrazione più o meno ampia, per esempio “Credo o non credo in Dio”, “Credo nel bene piuttosto che nel male”, “Voglio che tutti i poveri siano come i ricchi”, “Voglio che tutti siamo uguali davanti alla legge”, una serie di narrazioni che in genere sono rappresentate dalla Costituzione. Quando mi accorgo che chi si occupa della prassi politica non si occupa del ‘polo’, cioè non fa politica, ma fa gli affari, allora non riesco a riconoscermi. È un momento molto complicato e abbastanza vergognoso della prassi politica italiana.

Meglio fare teatro, quello oggi è un gesto veramente politico!

Sai, il teatro a volte viene bene e a volte viene male, ma tu mi dirai “Pure la politica a volte viene bene, a volte viene male”!