“Si tutelino gli artisti sempre, non solo durante la pandemia”

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«Da sempre cerco di raggiungere come obiettivo la serenità e l’appagamento sotto ogni punto di vista. Come in tutti gli ambiti, so che si può migliorare e sul piano professionale mi piacerebbe sperimentare ancora com’è avvenuto con Cobra non è di Mauro Russo». Gianluca Di Gennaro, mentre si racconta ti trasmette umiltà, voglia di mettersi in discussione e il valore della famiglia. L’arte ha segnato il suo percorso, è capitata, l’ha riconosciuta, se n’è innamorato e l’ha coltivata passo dopo passo. Dal oggi, su Amazon Prime, è disponibile il suo ultimo lavoro, Cobra non è.

È un’opera prima molto particolare, quasi un azzardo…

È un esperimento, qualcosa di poco visto in Italia. Non è facilmente collocabile in un unico genere, a cominciare dal pulp in stile Slevin e Snatch.

Com’è nato il tutto?

Con Mauro ci siamo conosciuti girando il videoclip dei Boomdabash e mi parlò di questa idea. Dopo circa due anni ci siamo risentiti perché era andato avanti e voleva sapere se fossi interessato. Ho fatto un provino su parte e poi mi ha mandato l’intera sceneggiatura, di cui sono rimasto molto colpito perché mi chiedevo come avrebbe voluto realizzare determinate idee messe nero su bianco. Ci sono stati vari incontri con lui e uno degli sceneggiatori, Alessandro Giglio. Ho assistito alla costruzione del cast fino a raggiungere lo scopo desiderato da Mauro: basare tutto su estetica e fotografia, narrando una storia senza troppa introspezione e dando vita a un lavoro corale. Il tutto trasmettendo il ʻgioco del cinema’. Per quanto riguarda il mio personaggio, il regista me lo ha sempre descritto come rassegnato dopo il momento di gloria come rapper, perciò tende a subire ciò che accade e funge da traghettatore in questo viaggio.

Com’è andata col rap?

Uno dei primi provini si è svolto su uno di questi testi ed era un vero e proprio monologo recitato guardando in camera. Durante le riprese abbiamo immaginato che Cobra pensasse in rima perciò era interessante inserire le classiche voci off del protagonista che pensa attraverso un minimo di ritmo e lo street poetry. Sono stato contento di mettermi alla prova su qualcosa che non avevo ancora affrontato. Mi ha fatto da coach Santiago, autore dei versi e del brano principale.

Rilanciando uno dei messaggi del film: la fama può rovinare tutto?

Credo sia la sua gestione a farlo. In questo caso specifico magari Cobra non era pronto. Nella realtà può aiutare e incrementare gli impegni così come i sacrifici sempre con la consapevolezza che si sta percorrendo la strada giusta così come può distruggere tutto.

Nel tuo percorso sei stato sia responsabile che tutelato iniziando a 11 anni…

Mi ritengo molto fortunato sia perché, per quanto riguarda l’ambito familiare, la notorietà la si masticava. Mi hanno sempre spiegato quali potevano essere le trappole di questo mestiere o i passi falsi da non commettere. Sono stato sempre ben indirizzato, poi ovviamente sta a noi.

C’è un punto che ti ha fatto riscattare agli occhi altrui?

Il primo lavoro in assoluto – mi riferisco allo spettacolo con mio zio Gianfranco Gallo – è capitato. Già con Certi bambini dei fratelli Frazzi iniziava a esserci una consapevolezza di ciò che stavo facendo e di conseguenza una volontà di affermarmi in questo settore, anche perché me ne sono innamorato facendolo. Non volevo che rimanesse un episodio. Tutte le piccole conquiste avvenute sono motivo di orgoglio e ‘riscatto’ per me. Nonno era il cantante e attore Nunzio Gallo, i miei zii Gianfranco e Massimiliano fanno questo lavoro, ma io provengo da un nucleo familiare che non appartiene a questo ambito: mio padre è guida turistica e mamma una traduttrice. È stata una sorta di ritorno alle origini ‘un po’ nascoste’.

Ci racconti un episodio OFF?

Uno degli aspetti più belli della mia professione sono la condivisione e interpretare qualcosa che non avrei mai fatto. Sul set di Capri-Revolution di Martone c’erano due gruppi diversi: quello della famiglia di contadini – a cui apparteneva il mio personaggio – con una mentalità arretrata e contraria ovviamente alla rivoluzione portata dai turisti sull’isola. Gli attori che davano vita a questi ultimi vivevano in una specie di convento, serviva a far amalgamare questo gruppo di artisti che suonavano, cantavano e leggevano poesie insieme. E poi c’eravamo noi. Io ero molto attratto da ciò che stavano facendo, volevo capire e chiesi al regista se potessi andare a dormire anch’io lì per qualche giorno e mi disse di no perché altrimenti mi avrebbe influenzato e di conseguenza si sarebbe riflesso nel mio ruolo.

Come stai vivendo questo periodo legato al covid da padre?

Ho vissuto poco i suoi primi 3/4 anni di vita per via del mio mestiere; ora ha 8 anni e sto cercando di recuperare quello che è stato perso durante quegli anni e credo che lo stiamo facendo bene. Abbiamo un ottimo rapporto e anche l’aver dato vita a un rapper (tra gli idoli dei ragazzini di oggi) ci ha unito.

E da artista che prospettive vedi?

Ritengo che chi si occupa di arte debba essere tutelato maggiormente 365giorni l’anno, non solo durante questa pandemia. Si tende quasi sempre a sminuire quali sono i nostri compiti, doveri e soprattutto i diritti. I risultati maggiori si riescono a ottenere quando si fa gruppo. In questo momento bisognerebbe unire le forze e cercare di realizzare qualcosa di buono. Io stavo girando I Bastardi di Pizzofalcone e abbiamo dovuto interrompere. Una troupe può indossare tutte le precauzioni, ma gli interpreti devono essere liberi di esprimersi per cui una soluzione concreta per risolvere questa sospensione sui set o sul palco di un teatro la vedo ancora lontana.

Nel 2017 era stato pubblicato Senza maschere sull’anima. Gianluca Di Gennaro si racconta, se dovessi aggiungere qualcosa che ti è a cuore accaduta in questi tre anni?

È stata una bella iniziativa, non partita da me perché mai avrei avuto la ‘pretesa’ di scrivere su di me essendo molto giovane. Mi è stata proposta dal giornalista Ignazio Riccio che ci seguiva con  Gramigna. In un primo momento gli dissi di no, poi mi spiegò che durante la promozione del film aveva notato un grande interesse da parte dei miei coetanei nell’ascoltarmi perciò mi sono sentito in dovere di raccontare alcuni aspetti. Questo periodo potrebbe essere un nuovo capitolo, giorni infiniti trascorsi a casa, a riflettere. Caratterialmente sono una persona anche abbastanza chiusa; ho imparato ad avere fiducia nel prossimo e, da un punto di vista civico, mi sono sentito ancora più parte della città (Napoli, nda) perché sapevo che ognuno stava compiendo un sacrificio per raggiungere lo stesso traguardo.