Valerio Aprea, quella maschera sorniona e un po’ perfida

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apreaBisognerebbe diffidare dei reading. Quel modo di porgere ormai inflazionato da parte di molti autori, attori, specie con un nome di richiamo, che portano se stessi alla ribalta con un leggìo spacciandolo per spettacolo, e la loro non è altro che una lettura stantìa, appresa e provata poche ore prima del debutto, di poche pretese, dove si snocciolano settanta minuti di parole alla bisogna contrabbandando il tutto per evento per poi passare subito in camerino a riscuotere l’assegno dagli organizzatori.

Non è certo il caso di Valerio Aprea: talento sornione, ironico, maschera fredda, perfida e simpatica, a volte giustamente retorica, che da diversi anni incarna, reinterpreta e sferza con leggerezza gli acuti racconti sul filo dell’ovvio di Francesco Piccolo (recente premio Strega). La quotidianità, piccoli fatti della vita, incontri fugaci, osservazioni da bar, improbabili calcoli statistici portati al parossismo, ossessioni infantili che conservano comunque una loro logica. Tutto ciò che per gli altri è “trascurabile” per Piccolo e Aprea diventa fondamentale.

Sono cataloghi dei nostri momenti di allegria, come un appuntamento estivo con una conoscente che baceremo sul portone di casa; sembrano irrilevanti, ma a pensarci bene, sono la maggioranza e sono proprio questi piccoli fatti fugaci a darci la felicità. Che fine farà quella bottiglia di vino portata a una cena e che poi verrà riciclata? Il read/up (è una definizione di Aprea), in questo caso non è solo divertente e scorrevole, ma restituisce grazie all’attore qualcosa di profondo. Sono lampi, tic, digressioni questi scritti di Francesco Piccolo che farebbero pensare più a un Nanni Moretti che gira per il quartiere Garbatella come personaggio, con Aprea invece, il tutto appare epico, straniato, quasi ronconiano(non me ne voglia). Serata piena di gente che sembra gradire e che segue affezionata l’interprete principale. Molti applausi alla fine.