Il Bianciardi “precario esistenziale” di Gian Paolo Serino

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copertina serino bianciardi
Luciano Bianciardi, Il precario esistenziale, a c.di. Gian Paolo Serino, Edizioni Clichy, 2014

Essere un autore “di culto” porta sfiga. La devozione cultuale di uno scrittore è un danno per la sua opera: è tanto bravo che fai prima a non leggerlo. Su Luciano Bianciardi, ad esempio, siamo tutti d’accordo: è un genio, è quello che per primo «ha compreso, sin dal finire degli anni ’50, che il consumismo di massa era soltanto una chimera» (Serino) e che la televisione avrebbe rincitrullito il Paese intero. Siamo talmente d’accordo sul genio di Bianciardi che preferiamo accendere ceri e citarlo qua e là piuttosto che leggerlo: nonostante la Bianciardi renaissance sia iniziata dieci anni fa, con la pubblicazione dell’Antimeridiano per Isbn Edizioni, e da allora si pubblichi a più non posso, chi lo legge?
Per carità, siamo troppo occupati a fare cose importanti per leggere Bianciardi, siamo pari a quelli che “sgobbano, corrono come allucinati dalla mattina alla sera, per comprarsi quello che credono di desiderare” (Bianciardi, appunto, anno di grazia 1957). Adesso però non potete più cavarvela, perché Gian Paolo Serino, per le deliziose Edizioni Clichy, sta per mandare in libreria Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale (pp. 160, 7,90 euro ): in 9 pagine vi spalma la bio, in 23 vi spiega perché Bianciardi è necessario, in 50 (con belle fotografie) lo antologizza, in 10 vi spalanca TuttoBianciardi in forma bibliografica, perciò se l’ansia del fan vi ha convinto, pigliate il volo da soli.

Gian Paolo Serino
Gian Paolo Serino

L’anticonformista integralista. Vabbè, ma perché dobbiamo leggere Bianciardi? Perché è troppo facile fare l’elogio di Pier Paolo Pasolini senza capire che è Luciano, coetaneo di PPP, il vero profeta della società di massa. Che detta così ci basterebbero Guy Debord, Lyotard o Deridda. Invece Bianciardi è un romanziere. Anzi, uno scrittore totale, con acuti epici («Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera – bianchi e neri – della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle»), affondi che dire “attuali” offende l’intelligenza («La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere»), un piglio spavaldo e anarchico, da antimodernista: «Il progresso (specialmente quello altrui) serve d’alibi a quelli che vogliono lasciare come stanno il maggior numero di cose (specialmente le cose nostre)».

E poi, ha svelato le malizie di Adriano Celentano (“espressione emblematica del neoqualunquismo neocapitalista”), ha tirato giù le braghe a Mike Bongiorno (“esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità”), ha scoperto Enzo Jannacci, che fa una comparsata nel film di Lizzani tratto da La vita agra, specchio ustorio della Dolce vita, il capolavoro di Bianciardi. Traduttore seriale e formidabile (di Stephen Crane e Henry Miller e William Faulkner e Aldous Huxley, ha messo la penna nel più bel libro di Saul Bellow, Il re della pioggia), Bianciardi ci ha insegnato che è bene “imparare persino dallo spazzino sotto casa” e ci fa la lista dei grandi da cui apprendere l’arte della scrittura, intimandoci di “passare dal Manzoni a Verga, da Verga al Gadda, dal Gadda a Kerouac”. Per concludere con lui, Luciano Bianciardi.