Oggi a Macerata, nelle sale dei Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi, sarà inaugurata la mostra dedicata a Sante Monachesi tra Macerata e Parigi, che si propone di celebrare il legame del noto artista maceratese con la città di Parigi. L’evento è promosso dal Comune di Macerata, dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Macerata con Macerata Musei e l’esposizione, curata da Maurizio Faraoni, può contare su una maestosa donazione della figlia del Monachesi, Donatella. Con il patrocinio della Regione Marche, della Provincia e dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, la mostra sarà visitabile fino al 24 settembre, attraverso un ricco percorso espositivo di più di 60 opere tra disegni e pitture. L’attività dell’artista sarà documentata dagli esordi Futuristi al Neo Cubismo per approdare al movimento Agrà, abbreviazione di agravitazionale, da lui fondato all’insegna della libera energia espressiva, adottando forme nuove e materie lievi come l’evelpiuma e il perspex.
Su cosa ha rappresentato effettivamente la figura di Sante Monachesi nel panorama artistico italiano?
Sante Monachesi compie un grandissimo viaggio. Ha attraversato un secolo di storia fondamentale per il nostro paese, di cambiamenti sociali e culturali e questo fa sì che Monachesi sia sempre stato un avanguardista, non a caso nel ’32 aderisce al movimento futurista di Boccioni nelle Marche (ovvero un vero e proprio secondo futurismo). Monachesi fu proprio scoperto come scultore da Marinetti, ma in realtà possiamo considerarlo un artista poliedrico, per le sue tecniche espressive così varie. Ha sempre attraversato fasi diverse della sua vita, riuscendo a reinventarsi di continuo. A volte si fa fatica a ricondurre un quadro allo stesso artista, Monachesi, proprio per il suo dinamismo artistico.
Sempre in bilico tra la meraviglia dei paesaggi marchigiani e una Parigi romantica, eterea. Sante Monachesi, a un certo punto della sua vita, parte alla volta di Parigi e ne apprende usi, costumi artistici. Pensa che la sua tendenza al minimalismo sia frutto della sua esperienza artistica vissuta nella capitale Francese?
Fondamentale, in Monachesi, è proprio questo viaggio compiuto assieme a Pirolli nel ’46. Arriva a Parigi e Monachesi scopre la vita moderna, una cultura a lui sconosciuta… Parigi è, per lui, il salto nel vuoto. Vedere circoli culturali, vedere l’indiscussa capitale dell’arte in tutte le sue sfaccettature, è stata una grandissima forma d’ispirazione per Monachesi, che scopre una realtà culturale completamente diversa rispetto a quella da cui arrivava. Espone a Parigi per la prima volta nel ’50, in una galleria molto importante, accolto anche da Severini che, se vogliamo, era un po’ il padre degli artisti che approdavano nella capitale. Il modo di guardare la realtà di Monachesi è stato davvero fortemente ispirato al cambiamento culturale dell’artista.
Ci racconta di come nasce questa mostra?
La mostra è legata proprio allo sguardo di Monachesi che cambia. Tutto diventa, a un certo punto della sua vita, molto più sintetico, c’è più attenzione alla pittura e meno al dettaglio. I quadri diventano due o tre colori al massimo e questo potremmo ricondurlo a una forma di minimalismo artistico. Sante Monachesi assorbe da Parigi esattamente questo: sia il cambiamento, sia il minimalismo.
Come veniva considerata dal Monachesi l’espressività artistica? O meglio, la “libera energia espressiva”.
Per rispondere a questa domanda, posso dire semplicemente “muri ciechi”, facciate chiuse, palazzi tagliati che, da un punto di vista architettonico, da noi era difficile trovare. Quello che si evince, dopo Parigi, è il minimalismo di Monachesi: c’è una sobrietà incredibile nelle sue opere, una sintesi interessante di quello che aveva fatto finora. Tant’è vero che, una volta tornato in Italia, Monachesi continuerà ad adoperare questo stile, questa forma di espressività artistica. Se invece vogliamo parlare del movimento Agrà, ovvero movimento agravitazionale, allora parliamo di un’idea futurista che è sempre stata nella testa di Monachesi… Lui cercava sempre di andare oltre l’epoca in cui viveva. I quadri Agrà sono un accumulo di tante cose, un mix di quello che poteva essere la scoperta del nuovo. Agrà per Monachesi era un andare più in là dell’epoca in cui viveva -se pensiamo che alcuni quadri neanche avevano un verso preciso-.
In questa mostra ha avuto un ruolo importante anche la figlia del Monachesi? Ci spiega il motivo?
Questo progetto nasce proprio da una volontà della figlia di Monachesi, che ci ha donato delle opere preziosissime dell’artista. La mia ricerca è stata un vero e proprio tornare alle origini, grazie alla donazione di un nucleo di opere a Palazzo Buonaccorsi. Quello che ho cercato di fare è dare un taglio diverso, rispetto alle classiche mostre di Monachesi, per valorizzarlo al meglio in tutto il suo dinamismo di produzione. Io mi sono voluto soffermare nel suo passaggio tra le Marche e Parigi, su quest’evoluzione e salto di stile. Monachesi si è sempre adattato al decennio che ha vissuto e, se posso dire la verità, a volte si fa fatica a riconoscerlo, tanto è vasto, ecco perché ho voluto concepire questa mostra come una rilettura in chiave contemporanea delle opere di cambiamento del Monachesi.












