The Plastic Cardboard Sonata di Enrico Falcone e Piero Persello s’inserisce perfettamente nell’ottica della sezione del Bif&st 2016 “ItaliaFilmFest/Nuove Proposte” e anche in un mood “off”. Si tratta di un’opera prima auto-prodotta con un budget di 15.000€ che non ha usufruito di sovvenzioni statali o private, ma che parte da intenzioni di scrittura e intuizioni registiche buone, alcune delle quali andate in porto.
Tutto comincia con la visione sul luogo che diventerà co-protagonista e, al contempo, simbolico, la periferia. Immediatamente dopo, cominciamo a seguire il nostro lui (Andrea Vasone), il quale, on the road, ascolta in realtà se stesso e solo guardando il resto si scoprirà di più. In montaggio alternato, ci appare una lei (Fabiana Feliziani) mentre recita “La sepoltura dei morti” da “La terra desolata” di Thomas Stearns Eliot – e il titolo non è assolutamente casuale. Si staglia dal buio della scatola magica quasi a volerci astrarre in un non luogo, puntando anche sulla forza teatrale.
Solitamente le periferie ci vengono raccontate nel loro degrado e persino una commedia come quella di Riccardo Milani, “Scusate se esisto”, ha voluto toccare la questione del Corviale di Roma seppur con i toni adeguati per il genere scelto. Qui il duo Falcone e Persello richiama alla mente una tendenza degli ultimi anni, tanto più nelle grandi città, e cioè creare una sorta di “oasi” piccolo borghese in quei punti, ma cerca anche di andare oltre. «Tutte le periferie romane appaiono identiche: terre di nessuno dove vivono singoli individui che non si integrano l’uno con l’altro, pur presentando tutti lo stesso vissuto. Siamo totalmente agli antipodi rispetto al popolo pasoliniano e alla sua autenticità umana, non soltanto per questioni di carattere concettuale e di estrazione sociale» (dalle note di regia).
Il nostro protagonista, senza nome così come gli altri, è un agente immobiliare che ascolta la sua voce registrata, magari spia e capta le voci di chi gli gravita attorno, ma non riesce a intrattenere dialoghi e probabilmente non vorrebbe neanche averli. Lui viaggia su un confine per cui lo spettatore si domanda quanto quell’isolamento così apparentemente normale l’abbia cercato, metabolizzato e desiderato. Lo sviluppo della storia ha accenni anche di “denuncia” non solo rispetto alle logiche del nostro mondo che ci porta a crearci un altro pianeta parallelo e ideale, ma gioca anche con l’idea che si possa mettere in scena la propria realtà pagando. Assistendo alla visione di The Plastic Cardboard Sonata, il pensiero va a “Dogville” di Lars von Trier (2003) in cui, a suo modo era rientrato il teatro ed era stato messo a tema quanto l’essere umano possa diventare autistico rispetto a coloro che lo circondano.
In questo esordio emerge la meccanicità delle azioni, quanto si possa far leva sulla disperazione
altrui e si rilancia anche l’interrogativo se questa possa arrivare a far da collante tra gli individui. Alcuni segnali rimanderebbero a una periferia romana, ma allo stesso tempo si rincorre l’idea che possa essere una periferia qualunque, anch’essa, appunto, senza nome e chissà se senza vita. Purtroppo, però, arriva, talvolta, anche uno iato tra i punti di partenza e la resa filmica. Qualche asciugatura in più avrebbe aiutato il ritmo narrativo per quanto si possa immaginare che la reiterazione sia voluta per marcare la routine e le nevrosi e non solo. Rispetto al cast complessivo, in parte sono senz’altro Vasone, la Feliziani, Snejana Shandarinova, Martina Palmitesta.
The Plastic Cardboard Sonata vuole contrapporre momenti di lirismo ad altri paradossali, tesi a sottolineare i vuoti e le nostre contraddizioni ancor più quando si scopre che non si può controllare tutto anche se lo si è creato (almeno nella nostra mente). Chi recita di più? Colei che declama i versi di Eliot o gli abitanti del microcosmo di questa periferia metropolitana? La frecciata va anche all’architettura di questi luoghi, uguale a se stessa e anonima, che amplifica ed è a sua volta amplificata dalla strana ritualità delle azioni in una quotidianità in cui si è soli.













