Bruno Ceccobelli, eretico ed esoterico, come dice lui, nato “altero” in una famiglia di contadini umbri a Todi nel 1952 a Montecastello di Vibio (PG), diplomato in Scenografia a Roma Accademia di Belle Arti con il Prof. Toti Scialoja: pittoscultore di professione per vocazione e passione. E’ stato anche scenografo e docente di Decorazione alle Accademie di Urbino, Ravenna e direttore nell’anno 2006 a quella di Perugia.
Appassionato studioso di teosofia, di alchimia e di filosofia orientale, ideatore di un simbolismo spirituale e sacrale quando e perché hai scelto di fare l’artista?
Fare l’artista è stata una scelta scaturita da bambino una occasione esistenziale, per me un segno divino, una salvezza animica e per fortuna un riscatto sociale. In prima elementare la mia maestra Bruna mi regalò una scatola di colori a tempera “Giotto”, aveva la copertina effigiata con una immagine rivelatrice: una scena agreste che rappresentava il mastro Cimabue in piedi che guardava Giotto bambino mentre in ginocchio disegnava una pecora su di una pietra, beh! anch’io ero in una sperduta campagna, anch’io avevo le pecore… così a scuola dipinsi una pecora e ci vinsi un premio… in denaro. E da allora, per similitudine “pecoreccia”, ecco la magia di un destino.
Crescere a Todi, nel cuore del Rinascimento italiano, ha inciso sulla tua percezione della realtà e nel tuo modus operandi, come?
Dunque io sono passato ad abitare da Todi a Roma nel 1964, la mia città mi ha condizionato l’infanzia con il suo humus bucolico incontaminato in una cornice di autorevoli monumenti in un contesto semplice e ricco di storie sacre e mitologiche, dagli Umbri agli Etruschi ai Romani; infatti Todi si vanta della sua sovranità con la sigla S.P.Q.T. di libera città stato, sotto il simbolo della sua aquila frontale. Queste concomitanze simboliche hanno foraggiato la mia immaginazione e fortificato il mio carattere di sognatore.
Hai frequentato l’Accademia di Belle Arti a Roma, dove sei stato allievo di Toti Scialoja (1914-1998), che negli anni ’50 ha introdotto un linguaggio pittorico astratto-concreto, evidenziando il fattore materico, come prassi dell’arte in bilico tra valori tattili e formali, quanto ha contribuito il suo linguaggio sulla tua ricerca simbolica e spirituale?
La fortuna di un allievo è avere buoni Maestri… io e molti altri del gruppo San Lorenzo siamo stati fortunati ad avere il maestro giusto: l’artista Toti Scialoja; abbiamo scoperto un mondo internazionale, Toti era molto colto e raffinato, era stato anche l’insegnante di Pascali, Kounellis, Giosetta Fioroni e di altri importanti artisti degli anni settanta.
Sei stato prima attratto dall’Arte Povera, poi un performer, attore e costumista nelle compagnie teatrali Gruppo 76 e La Gaia Scienza, e negli anni ’80, quelli del ritorno alla pittura, anche figurativa, insieme ad altri artisti compagni di studi avete fondato Officina San Lorenzo, un gruppo noto come Nuova Scuola Romana, nell’ex pastificio Cerere, un grande spazio industriale abbandonato nel quartiere di San Lorenzo, cosa avevate di nuovo da proporre rispetto alle neoavanguardie del secondo Novecento?
Sì, nell’ex Pastificio Cerere si radunarono i vari allievi dell’Accademia di Belle Arti di Roma sempre del corso Scialoja; il nostro programma era di non definirci come gruppo e non aderire a nessuna nuova corrente artistica, piuttosto sceglierci per affinità elettive. Questo comportava una dialettica e una critica continua sul da farsi tecnico artistico estetico, senza una vera meta ideologica… sapevamo quello che non si doveva fare, il tutto condizionato dagli studi contigui e aperti su ogni piano. Solo Achille Bonito Oliva una volta fece una mostra e un catalogo sull’Arte Dolce, un progetto romantico dove incluse molti di noi; insisteva su un’arte astratta simbolica tra il Costruttivismo Russo e l’Espressionismo Americano compreso il Neo Dada; comunque la nostra volontà era di mettere una distanza fra noi e la Trans-Avanguardia.
Che fine ha fatto il gruppo e perché vi siete sciolti, per curiosità siete rimasti amici solidali e in contatto oppure ognuno fa per sé?
Agli inizi abbiamo condiviso le stesse Gallerie: Ferranti, Sperone, Sargentini e così pure all’estero e nel tempo, come amicizia, siamo stati sempre solidali, pensa, abbiamo esposto insieme per trentacinque anni, non male per un movimento italiano! Poi la maturità e la vecchiaia hanno consolidato in ognuno il proprio mondo lavorativo con gallerie differenti, le proprie famiglie e i propri luoghi di ‘buen retiro’, per la maggior parte in Umbria.
Quando hai incominciato a scrivere d’arte e qual è la differenza tra un critico d’arte e un artista che commenta i linguaggi trasversali e meticciati dell’arte contemporanea?
Beh! come al solito mi voglio sempre impegnare molto anche nelle dichiarazioni poetiche, non vorrei apparire presuntuoso, ma la mia indole francescana mi porta ad avere una visione spirituale dell’arte come Metafisica Quantistica e poiché leggere la Storia dell’Arte dal punto di vista trascendente simbolico non è facile per una cultura come la nostra materialista formalista mi sono impegnato a riformulare una visione atemporale e qualitativa del significato escatologico della Bellezza sempre contemporanea nell’animo umano.
Tra fare arte e scrivere d’arte cosa ti piace di più in questo momento storico, dove tutti fanno tutto e Anlsem Kiefer, secondo molti è il più grande pittore contemporaneo?
Fare arte è vivere all’istante la propria santità con emozioni e pensieri esaltanti e trascendentali, scrivere è, per me, rivedere i manufatti con un altro riflesso, vorrei capire se la scrittura può minimamente poter coincidere concettualmente con quell’afflato gestuale creativo; sia nel mio presente che nella storia antica. Kiefer è senza dubbio un gran pittore e scultore, anche se per me troppo scenografico; quello che più mi disturba sono i contenuti che trasmette con la sua arte: un esistenzialismo tragico senza riscatto, solo materia marcia, senza salvezza e senza senso, guardandolo perdo le mie forze.
Tra A. Burri e A. Kiefer, artisti che molti critici d’arte citano nel commentare la poetica del tuo lavoro, chi butteresti dalla torre per salvare la tua autorialità artistica e non assomigliare a nessuno?
Io distruggerei la torre, il potere e ignorerei i due miei padri, i due sono materialisti atei. Burri esteta raffinatissimo, uno stilista per me troppo cinico, Kiefer con quelle opere mastodontiche che vogliono rendere così piccolo l’osservatore… ha una volontà da superuomo senza pietas.
A Milano quali galleristi hanno promosso e investito nel tuo lavoro, e dove e cosa hai esposto negli ultimi tempi?
I rapporti che più mi hanno premiato artisticamente, negli anni ottanta a Milano, sono quelli con le gallerie: Galleria Inga Pin, Galleria Salvatore Ala, Galleria Marconi e poi la Galleria Seno; ultimamente ho lavorato con Bianca Pilat.
Quali sono le peggiori opere che hai realizzato per te e dove sono finite?
Vedi, se facessi brutte opere e poi le vendessi, sarei un disonesto… e ti pare che potrei salvare il mio mondo… e poi fare una domanda così… ad uno che si chiama Cecco-Belli!
Con chi vorresti esporre entro il prossimo anno, e dove precisamente?
Nei prossimi anni vorrei esporre con Mister Eterno! Santa Ironia!
Sei padre di due figli-artisti, che ruolo hai nelle loro vite e come ti confronti con loro?
Amore prossimo, amore per la discendenza, la generazione che dà frutti buoni, uno sforzo di umiltà in più; un segno possibilmente di pace e armonia da lasciare in natura e nella cultura, contro l’entropia. Nello stesso tempo il ruolo di un padre come quello di un figlio naturalmente è di rottura, mi spiego meglio, rottura come evidenza e quindi accettazione dell’altro: di crisi ovvero momento di separazione e di coraggio per le scelte divergenti o di agonia da agone, lotta per la sopravvivenza e per i differenti ideali politici e artistici.
Ti senti uno sciamano-profeta di nuove visioni, forme e colori di un’arte sacrale ancora in fieri che va oltre il tempo?
Sì, mi sento uomo di cosmo, teoesteta, un missionario del sacro, un teosofo, un entronauta, eternonauta.
A cosa serve l’arte nell’epoca dell’A.I.?
L’Arte Manuale serve a sbagliare, quindi serve a combattere l’arte delle A.I.!













