Petrecca:”La crisi dei media non corrisponde a una crescita culturale. Spero nelle nuove generazioni”

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Per Paolo Petrecca direttore di RaiNews 24, fare giornalismo non vuol dire distorcere, aggiustare i fatti come si correggono i dettagli di un racconto. Piuttosto vuol dire rivelarli, mostrarli, senza pregiudizi e tabù allo spettatore. Una vocazione che ha espresso fin dall’inizio del suo percorso professionale, formandosi su testi indipendenti e cercando uno sguardo obliquo sulle cose e che lo accompagna tutt’ora. Direttore di una delle maggiori reti nazionali, Petrecca si pone come una voce libera e pluralista che nel difficile panorama giornalistico ci tiene a sottolineare con il suo operato una vocazione per la cronaca che non mira solo a presentare le notizie ma a coglierne il significato profondo.

Come valuta la condizione dell’informazione pubblica nel nostro paese? L’informazione italiana dovrebbe essere davvero più pluralista?

Certamente sì, le faccio un esempio calzante che è sotto gli occhi di tutti coloro che si occupano di analisi della comunicazione. Qualche giorno fa il Presidente del Consiglio Meloni ha rilasciato due interviste, al Tg1 e al Tg5, edizioni delle 20, a cento giorni dal suo ingresso a Palazzo Chigi. Tema centrale, quello della trattativa con i benzinai, dopo l’allarme sul rialzo dei prezzi e le speculazioni su cui sono scattati anche i controlli. Ebbene: il giorno dopo, sui quotidiani principali nazionali, neanche una riga in prima pagina di ciò che il Presidente Meloni aveva detto. Provi a immaginare cosa sarebbe successo se a Chigi ci fosse stato Gentiloni, Draghi, Conte o Renzi, come pure è avvenuto negli anni passati. Devo aggiungere altro?

A seguito di alcuni suoi liberi interventi in alcune manifestazioni culturali alcuni comitati di redazioni l’hanno contestata. Crede che nel nostro Paese ci sia un problema di libertà d’espressione?

Sa, io sono abituato ad essere contestato. Ho sempre detto quel che penso e a 59 anni non temo di andare controcorrente. Non è una questione di libertà dei media ma di libertà in senso assoluto, secondo me. Sono cresciuto in scuole di sinistra, dove mi volevano costringere a non entrare perché il sistema era quello, ma entravo lo stesso. Venivo fermato e minacciato, solo perché dissentivo dalla maggioranza degli altri studenti. Studiavo sui libri di storia dove non c’era una riga sulle Foibe, ma quando facevo i compiti, a casa, cercavo le notizie anche su testi più moderati. Per capirci, il Villari non mi bastava e studiavo sul De Rosa. Per questo, il desiderio di “storia vera” mi portò poi a fare Lettere dopo il liceo, scegliendo il Medio Evo e l’esegesi delle fonti come materia di laurea. La libertà, insomma, è una cosa che si conquista sul campo. A caro prezzo, ho pagato il mio. Credo che negli ultimi 50 anni in Italia ci siano stati molti come me che hanno cercato di affrancarsi dal pensiero dominante.

Come sta cambiando il ruolo del giornalista di fronte alla crisi dei media tradizionali e come l’informazione televisiva sta rispondendo a questi cambiamenti?

Il mondo del giornalismo si è completamente trasformato da quando io, oltre trenta anni fa, cominciai. Ma l’impressione è che alla crisi dei media tradizionali, come dice lei, non sia corrisposta una crescita culturale tale da incentivare i giovani giornalisti a tracciare nuovi solchi. Mi spiego: ad un impoverimento culturale, a mio modo di vedere, solo in parte si è risposto con nuovi mezzi. Certo, la digitalizzazione ha velocizzato i processi e la Tv ha fatto passi da gigante in questa direzione. Pensi a quante dirette riusciamo a fare noi di Rainews24 oggi da ogni dove, in una sola edizione di TG. Ma il livello dell’informazione, in TV, è cresciuto? Temo di no. Nonostante questo, sono ottimista, perché credo che i giovani professionisti, i colleghi più freschi, sapranno fare meglio di noi.