Quando le parole sono chiodi: cadere in Cielo leggendo Claudia Di Palma

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Una volta scritta una grande poesia, l’autore o l’autrice possono fare al massimo qualunque cosa, nell’ambito del pensare e dello scrivere. Lo dimostrano le risposte all’intervista che Claudia Di Palma antepone alla propria raccolta poetica, Atti di nascita (edizioni Minerva, pp. 80, € 10). Cinque domande esigenti. Cinque risposte coraggiose, radicali, affinate, soavi fino a essere teologiche. “Nel vano tentativo di alleviare il dolore, tutto umano, del Figlio di Dio, ho immaginato chiodi sottilissimi, quasi inconsistenti, come parole. E ho cercato parole-chiodi che scavassero nel mistero per portarlo alla luce”.

D’altronde, interrogare la poesia significa andare oltre l’oltre che è, e quindi cadere, necessariamente, in cielo. Anche il titolo della prima sezione del libro – “nessun corpo, nessuna rosa” – ha un timbro di sapore scritturistico. Dire, in modo sintetico, ‘nulla’ sarebbe stato piatto razionalismo; dire ‘morte’, insopportabilmente slavato. Di Palma cerca cose-parole che siano appunto chiodi, non concetti: con lo stesso procedimento dell’agiografo di Genesi, che, per raccontare la creazione dal nulla, cioè il nulla come sfondo del creare gratuito, innamorato, di Dio, rinuncia alle astrazioni impossibili da gustare ed evoca luoghi deserti, tenebrosi e un marasma di acque confuse.
“Rovisto a mani nude nel vocabolario del cielo./ Porto alla luce i diecimila nomi dell’essere/ ma ogni nome ti nomina invano./ E non ho cibo da offrire, solo un abito da sera.”

A volte, nella nostra vanità, nel truccarsi e vestirsi di una donna per piacere, è tutta la bellezza che possiamo raccogliere, tutta la tragedia del nostro desiderarla e non averne mai, sotto il cielo, abbastanza. Ma che cos’è la bellezza? Di Palma propone, dopo la fuga alla Paolo Uccello di Proust (“la bellezza è una catena di ipotesi che la bruttezza restringe, sbarrando quella strada che già vedevamo protendersi verso l’ignoto”), una definizione sorprendente: “la bellezza è il colore che non si trova/ rovistando il mare”. Così la poesia: non la trovi rovistando nei pensieri. Le domande devono avere “la forma cava dello stomaco” per indovinare una verità e accettare che sia anche solo “miseria e vento”. Il sospiro rivolto al Verbo in croce fa appannare il foglio come un vetro: “riconobbi il tuo volto dal vuoto/ che vi cresceva rigoglioso al centro”. Di Palma osa vedere perfino il fatto più taciuto della storia, la pienezza più indicibile, quando si accosta alla carne di Dio e gli soffia sul volto addormentato nel Sabato: “e tu risorgi sotto un chiodo di luce”.

Questo libro vuole andare oltre la poesia e lo si capisce dal verso che grida: “anch’io, come tutti, sono stata scritta per il fuoco.” Azzardo per azzardo, risentiamo l’eco del vangelo apocrifo di Tommaso, dove Gesù rivela: “chi è vicino a me è vicino al fuoco”. Ma se la verità e la Verità ci colgono come un fuoco, allora il corpo rifiorisce, la rosa cresce in nuovi petali; morte e nulla sono solo balocchi di uomini tristi, i filosofi – ed è di nuovo il momento delle parole che fanno la vita: speranza, amore. “Parole chiare”, direbbe Giorgio Caproni, che su di esse ha costruito una poetica. Parole-chiodi di luce.

Mi viene in mente il libro più bello che ci sia sulla preghiera fatta carne, la liturgia cristiana. In La Veglia Pasquale e gli after-hours, Gianandrea Di Donna concentra il cuore della sua teologia nell’esplorazione della metamorfosi delle piaghe “torride” della Passione in una rosa: il “cruorem roseum”, il “sangue roseo” che i Vespri cantano in quell’estasi di alba e primavera che è il tempo di Pasqua.

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