Angelo Crespi presenta il reading di Silvio Raffo dedicato a Emily Dickinson

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Foto Dino Ignani

Domenica 15 maggio dalle ore 18 alla Fondazione Sangregorio Giancarlo di Sesto Calende a Varese il critico d’arte e curatore Angelo Crespi presenterà il reading di Silvio Raffo, poeta, critico e traduttore per i Meridiani Mondadori, dedicato alla scrittrice americana Emily Dickinson, di cui il 15 maggio ricorre l’anniversario della morte: I’m nobody! Who are you?, questo il titolo del recital, per l’occasione del quale verrà presentato il libro Emily Dickinson. Pochi amano veramente. Aforismi e versi in prosa pubblicato da De Piante Editore, un’inedita raccolta di aforismi che illuminano le profondità dell’animo umano e comunicano le gioie e i dolori dell’amore e della vita. Questo di Angelo Crespi con Silvio Raffo è il primo di una serie di appuntamenti con i personaggi illustri della cultura italiana nella magnifica cornice del lago Maggiore su cui si affacciano gli spazi della Fondazione Sangregorio per incentivare la crescita culturale e il senso della Bellezza.

Silvio Raffo, Lei è il traduttore ufficiale in Italia di Emily Dickinson: a quando risale il colpo di fulmine per la poetessa americana?

A 14 anni, in quarta Ginnasio sfogliando l’antologia di letteratura inglese, mi si presentò la sua immagine, l’unica fotografia esistente di Emily, con a lato i versi di To make a prairie. Fu un colpo di fulmine e imparai subito a memoria quegli incomparabili versi (Per fare un prato occorrono un trifoglio ed un’ape/un trifoglio ed un’ape/e il Sogno/il Sogno da solo basterà se le api son poche). Iniziai la ricerca, piuttosto faticosa di tutta la sua produzione, che in Italia era stata tradotta solo in minima parte. Avevo già intuito, o meglio presentito, che avrei tradotto io la sua opera omnia? Forse sì. Di fatto, così è stato.

Ha detto di essere affascinato da quel “femminile misterioso” delle poetesse da Lei tradotte: questo “femminile misterioso” è la stessa cosa dell’eterno femminino o si tratta di due misteri diversi?

Non è l’eterno femminino in senso tradizionale del termine, ma il mistero dell’intelletto al femminile: la peculiare attitudine in certe donne (quasi sempre donne sole) di indagare e penetrare l’assoluto.

In un’epoca dove devi stare attento a quel che dici, Lei dice poeta o poetessa?

Poetessa!

Cosa occorre per essere un grande poeta?

Intensità di sentimento e profondità d’ispirazione. Ovviamente anche capacità di selezionare e combinare parole e suoni.

Lei ha scelto e prefato gli aforismi e i versi in prosa di Emily Dickinson con cui editore De Piante inaugura la collana dedicata alla riscoperta di autori classici: amare è una parola solo da enciclopedia di autori classici o c’è spazio per amare veramente anche oggi?

Il verbo amare è super-inflazionato, come del resto il sostantivo amore. L’ Amore vero richiede soprattutto una grande forza, come esplicita chiaramente la quartina che dà il titolo al libro: Talvolta con il Cuore/raramente con l’Anima/quasi mai con la Forza/ pochi – amano veramente.

Lei ha detto: “io sono quel che scrivo”. Il Suo recital si intitola I’m Nobody! Who are you?, tratto da una poesia di Emily Dickinson che sembra suggerire che l’anonimia sia preferibile alla fama (“Com’è squallido – essere – Qualcuno!”). Meglio allora “Quello che fai è ciò che sei” (Jean Paul Sartre) o meglio “Divieni ciò che sei” (Friedrich Nietzsche)?

Meglio “divieni ciò che sei”.

Da un suo libro è stato tratto un film interpretato da Emilia Clarke l’attrice del Trono di Spade: un film aiuta a leggere un libro o è sempre meglio leggere prima il libro e poi fare i conti col film?

Il linguaggio letterario e quello cinematografico sono profondamente diversi. Sempre meglio a mio avviso leggere prima il libro. Nel mio caso il film ha cambiato molti dettagli, tuttavia il messaggio fondamentale della vicenda è stato mantenuto e le atmosfere sono esattamente quelle che avrei desiderato in una versione cinematografica.

In Italia c’è o non c’è gusto ad essere poeti?

A mio avviso c’è stato in passato. Più che oggi. Comunque non è un fatto di “gusto”, ma il riconoscimento di un’identità irrinunciabile.

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