Il sole oltre le tenebre: Vito Bongiorno e le sue opere in carbone

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L’Arte è tutto quello che ci circonda in questo mondo, dalla prima luce fino all’inizio dell’intenso buio.“ Con queste parole l’artista Vito Bongiorno esprime la sua visione dell’arte e della vita. Bongiorno è ormai uno dei protagonisti più rappresentativi dell’arte contemporanea italiana nel mondo, noto per l’utilizzo del carbone e della cenere come simbolo dell’inquinamento, della malattia e della spaccatura che caratterizzano l’Umanità. Una delle sue più famose opere dal titolo Terzo Millennio, eseguita nel 2013 e che sembrerebbe una premonizione della pandemia, ha gettato un grande faro su di lui.  

Nella tue opere l’utilizzo del carbone fa emergere uno spietato sguardo sul male del mondo. Cos’è per te l’oscurità e come la ritrovi nell’arte?

L’oscurità per me è il grande quadro che contiene tutte le cose negative che girano attorno a noi. La mia è una denuncia, attraverso il carbone, verso il grande male che attanaglia il nostro pianeta, e non parlo tanto a livello ambientale ma soprattutto dal punto di vista politico/culturale. C’è un grande buio che ricopre il nostro vivere quotidiano e ovviamente si ripercuote anche sulla parte economica, sociale e il tutto avviene in mancanza di una chiara visione sulla politica e sulla cultura, sostanzialmente non c’è più niente. La mia intenzione è paradossalmente di far emergere la luce dalle tenebre grazie al carbone, perché anche se non si vede è un elemento pieno di energia. Da non molto si è conclusa una mostra che dal titolo Rinascita in cui c’erano delle cartine geografiche su cui ho rappresentato l’Italia con il colore oro proprio per dare quel senso di speranza per il nostro paese. Nel carbone sembrerà starano ma vi è contenuta una grande luce. Ricordiamoci che questo elemento è l’ opposto del diamante, in quanto quest’ultimo fa parte del carbonio, che per formarsi ha bisogno di due milioni di anni. Quindi ecco, il carbone che apparentemente può sembrare insignificante ma invece è pieno di luce e questo bagliore, però, sta a noi tirarlo fuori. Questa deve diventare la metafora per noi esseri umani.

Una tua opera di  circa dieci anni fa, dal titolo Terzo millennio, sembrerebbe aver presagito il covid-19. Quand’è che l’arte diventa premonitrice?

Io sono convinto che gli artisti anticipino il futuro, è sempre stato così. L’artista, che è una persona dotata di grande sensibilità, è un anticipatore del futuro ed io pensai la mia opera così, ovviamente non immaginavo che arrivasse proprio il covid però la mia era una visione su ciò che sarebbe potuto avvenire col tempo a causa di questa società. Quindi l’artista può anche anticipare il futuro, certo. Poi voglio anche aggiungere che per me l’arte vuol dire anche osare, su tutto, perché bisogna mettersi in gioco avendo il coraggio di raccontare certe cose, anche traumi, dolori, incubi. Non serve a nulla essere compiacenti, c’è invece un forte bisogno di mostrare tutto ciò che si ha nella propria testa e io credo che facendo questo, in tutti i campi artistici, si possa andare oltre le semplici cose e varcare porte a noi sconosciute.

Quando si dà vita ad un’opera si materializza uno stato d’animo, una visione intima. Quant’è difficile coniugare quest’interiorità con un pubblico?

All’inizio è un po’ difficile perché ti esponi e dunque scopri una parte di te a degli estranei. Poi però, arrivi ad un punto in cui te ne freghi di tutto, lasci da parte le insicurezze e ti lasci andare, apprezzando al meglio sia i commenti negativi che quelli positivi. L’arte è vita, è il tutto e bisogna vivere osando.  Mi fa sorridere quando qualcuno mi chiede: “Quand’è che hai scoperto questa passione?”  per me questa non è una passione.  Vivo questa cosa che mi ha travolto e ancora non ho capito neanche io che cosa sia, quindi trovo inutile anche il continuare a chiedersi che cosa sia l’arte.  Fondamentalmente nasciamo tutti artisti, solo che ognuno deve connettere le proprie note e trovare il modo giusto per esprimere qualcosa ed essere parte del capolavoro che è la natura.

Nasci ad Alcamo in Sicilia, luogo che abbandoni per studio, tornando tanti anni dopo con i tuoi quadri. I fantasmi del passato, gli odori di casa, hanno mai influito su una tua opera?

Si, sempre. Basti pensare al carbone. Inconsciamente io porto nell’arte la paura che ebbi da piccolo quando nel ’68 in Sicilia ci fu un forte terremoto. Questo disagio, questo terrore che provai a cinque anni me lo sono portato dietro ed è uno dei segni che le radici della Sicilia non mi hanno mai abbandonato. Nelle mie opere c’è sicuramente un legame forte con la Sicilia perché per me quella terra è la mia vita, è dove sono nato ed i il mio sangue è siciliano. Adesso, nel comune di Fiumicino, assieme al mio editore sto cercando di portare avanti una scultura molto grande da installare su una piazza. Poi ci sono ancora tanti progetti su cui sto lavorando, anche perché non mi fermo mai. Dopo aver finito di realizzare un’opera sono già alla ricerca di una nuova visione, di una nuova creazione.

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