Riccardo Fogli: «Sanremo? Lo rifarei, ma…»

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Non solo “Storie di tutti i giorni” con quei vecchi discorsi sempre da fare che hanno incantato il pubblico del Teatro Ariston nel 1982 regalandogli la vittoria a Sanremo. C’è un nuovo “Mondo”, come il titolo della canzone del ‘76 che ha rivisitato un mese fa, che aspetta Riccardo Fogli. Il cantautore e bassista toscano, originario di Pontedera, gioca ironico con le parole al telefono. Racconta della dolorosa separazione dal suo storico gruppo, i Pooh, e parla di quegli anni ’60 in cui le conseguenze dell’amore per Patty Pravo ebbero una grande eco mediatica, coinvolgendo e stravolgendo la sua carriera. Poi, nel 2016, l’emozione e la commozione per la reunion con i suoi amici fraterni dell’iconica band, il ricordo del grande batterista Stefano D’Orazio, scomparso lo scorso novembre, e il brano “La tenerezza 93”, che ha da poco terminato di incidere in sala di registrazione. Il Festival? Certo che lo rifarebbe, ma oggi lo guarda seduto sul divano di casa con i popcorn.

Che ricordo ha della sua prima volta con i Pooh?

«Nel 1966 mi trovavo al Piper di Milano e suonavo da 15 giorni con una band di Piombino, gli Slenders. I Pooh arrivarono, avevano un bassista bravo ma con il quale probabilmente non andavano d’accordo, mi notarono e capirono che con loro avrei funzionato. Noi degli Slenders eravamo poveri e metalmeccanici, facevo il gommista mentre gli altri lavoravano all’Italsider e, quando finivano i permessi delle fabbrica, dovevano tornare a casa. Così con i Pooh ci mettemmo insieme e partimmo. Una storia che sarebbe durata per diverso tempo».

Poi, nel 1973,  la carriera da solista.

«La mia fidanzata era Nicoletta Strambelli, in arte Patty Pravo. All’inizio non gliene fregava niente a nessuno, dopo fui marcato stretto perché, essendo lei famosa, ogni tanto usciva un articolo dovuto ad alcuni giornalisti, che erano a conoscenza della nostra relazione, e succedeva che si vedeva una foto di tutti i Pooh e una di Nicoletta. Così i magazine scrivevano che c’era nell’aria una love story. Quindi la faccenda cominciò ad entrare nelle orecchie dei miei colleghi e del mio produttore, che mi chiedevano cosa avessi deciso di fare poiché la storia sembrava essere scomoda per loro. Provavo a difendermi dicendo che noi scrivevamo canzoni d’amore e che non c’era niente di male in quello che stavo facendo. Di fatto, una relazione finita in prima pagina non trovò la comprensione amicale e si paragonò all’effetto Yōko Ono per i Beatles. Ma John Lennon stava con lei mano nella mano in sala di incisione, cosa che invece Patty Pravo non ha mai fatto poiché aveva la sua musica e i suoi impegni professionali a cui dedicarsi».

Con “Storie di tutti giorni” nel 1982 vinse Sanremo e fu un successo. In seguito ha trionfato alla prima edizione del reality canoro Music Farm. La vita di un artista è fatta di alti e bassi, lei come affronta le cadute?

«Con una famiglia accanto e una preparazione a monte che aiuta fare tesoro delle esperienze e a percorrere strade sempre diverse. Tradotto significa che, fino agli anni ’70, leggevo Tex Willer, pensavo a suonare e alle canzoni nuove. Quando avevo dei dubbi chiedevo a Valerio Negrini, un ragazzo geniale, colto e preparato. Uscendo dai Pooh mi sono reso conto che non avevo più alcun Valerio vicino, mancavano una serie di punti di riferimento. Perché, nel momento in cui termina una collaborazione con una band è come se finisse un amore con una donna o un uomo: uno cucina e l’altro passa l’aspirapolvere, c’è chi rifà il letto e l’altra persona si dedica alla spesa. Improvvisamente mi sono ritrovato senza i miei migliori amici, addirittura domandandomi il motivo. Devo confessare che ho sofferto, però mi sono organizzato e, pian piano, ho imparato a scrivere i miei brani da solo tant’è che, con un po’ di fortuna, oggi ne parliamo».

Nel 2016 la reunion con i colleghi della sua storica band sul palco dell’Ariston per festeggiare il cinquantenario.

«Dopo la separazione del ’73 con i miei fratelli ci siamo rivisti e abbiamo chiarito parecchie cose. Mai ufficialmente, ma separatamente, qualcuno mi ha detto che era dispiaciuto dell’accaduto. Non ho mai preteso scuse ufficiali o un risarcimento morale. Chiacchierando si è pensato “peccato, quello che è successo a te poteva succedere a me”. Erano gli anni in cui ci si innamorava».

Un episodio off ?

«Quando il fratellone Roby Facchinetti e Dodi Battaglia mi telefonarono per chiedermi se fossi felice e se mi andasse di tornare, perché nei progetti iniziali c’erano un paio di concerti diventati poi una tournée, non ho esitato un attimo. Non ho posto condizioni sul come e la cosa ha azzerato tanti anni, ero davvero orgoglioso di questo ritorno, i Pooh erano cresciuti, maturati. Sono stato davvero felice di constatarlo e ho vissuto grandi emozioni cantando canzoni che, fino ad allora, avevo solo ascoltato alla radio. Sono rimasti nella mia vita pure in seguito alla separazione, non c’era un giorno in cui un giornalista non mi chiedesse di loro e se avessi intenzione di riunirmi. Si parlava di reunion da 30 anni, come per i Red Zeppelin e i Deep Purple. Nei primi live, emozionato, piangevo e non riuscivo a contenermi per poi sciogliermi e godermi l’esibizione. Il conto alla rovescia della fine di questo viaggio ci portò a vedere oltre 6mila persone in lacrime davanti ai nostri occhi».

Stefano D’Orazio  è scomparso di recente. Il suo rapporto con il batterista della band?

«Stefano lo ricordo meglio 50 anni fa, aveva un metro cubo di capelli sulla testa.  Soggiornando in quattro in una stanza d’albergo, e affrontando lunghi viaggi insieme, c’era un rapporto d’amicizia. Conoscevo la sua famiglia e lui, non solo il ragazzino venticinquenne che poi è cresciuto come batterista, scrittore e uomo. Era uno stratega, una delle anime importanti del gruppo, disposto a fare un passo indietro per il bene della band. Non passava le ore a provare, era così bravo e talentuoso che non ne aveva bisogno. Piuttosto, organizzava il tour mondiale e studiava i suoi pezzi alla batteria la settimana prima. Una persona dalle straordinarie capacità, superiori alla media».

Da uomo affascinante qual è, nella sua vita non sono mancati gli amori: Viola Valentino, Patty Pravo, Stefania Brassi e Karin Trentini con la quale è attualmente sposato. Cos’è per lei questo misterioso sentimento?

«Essendo vicino ai cent’anni (ride, ndr), vivendo la vita ed essendone affamato, mi è successo di innamorarmi e l’onestà intellettuale mi ha imposto di vivere i sentimenti. E quando qualcosa non andava più, e trovavo una nuova stella che mi illuminava, con un po’ di coraggio non mi tiravo indietro ma senza fare troppi danni.  In un rapporto che termina si soffre in due, ma non finisce l’idea stessa dell’amore. In passato non c’erano figli che avrei abbandonato ed erano minori le responsabilità. Oggi ne ho due ed è diverso: Michelle è una bambina di 8 anni e mezzo, con la scuola e i suoi bacetti, Alessandro lavora in Ducati e mi rende davvero orgoglioso. Per lui, oggi ventottenne, non mi sottraggo davanti a qualche lavatrice o lavastoviglie».

Di cosa ha bisogno, oggi, la musica italiana bloccata dal virus?

«Dei vaccini- Finché non saremo immuni tutti, o quasi, non potremmo riunirci per incontrare gli artisti, andare a teatro o al cinema. Sarà complicato, lo faremo con ansia e male. Il nostro sistema è in ginocchio. Se non si lavora per più di un anno si finisce col consumare i risparmi dedicati alla vecchiaia, e lo dico io che sono un risparmiatore e non ne faccio un dramma. Però ci sono musicisti, tecnici, facchini, ingegneri, scaricatori, programmatori in gravi difficoltà economiche, è difficile soprattutto per i freelance».

Parteciperebbe ancora al Festival della canzone italiana se avesse il pezzo giusto?

«Ma certo! Sanremo per i cantanti è un po’ come il campionato di calcio. Sono sempre stato pro, una manifestazione che è cambiata molto e si trasformerà ancora. Per quelli della mia generazione c’è solo il rischio di arrivare ultimi o penultimi perché gli emergenti sono forti, bravi e hanno il mondo dei social che li segue con fervida partecipazione. Mentre il mio pubblico medio, che ha 60 o 70 anni, fa fatica a mandare voti online. Resta comunque una grande vetrina e, se si ha un progetto o un singolo che rappresenta un album, si può correre il rischio di presentarlo all’Ariston».

Chi preferisce tra i cantautori emergenti?

«Non ho letto niente per scelta, anche per me Festival significa divano e popcorn. Sono ancora distratto e non mi sono informato sui giovani».

Ha in cantiere un nuovo album?

«Un mese fa è uscita su 45 giri la rivisitazione di “Mondo”, una canzone del ’76. Dapprima la versione bianca 500 in copie limitate e, per fortuna, siccome sono state vendute tutte, ora stiamo finendo le altre 500 in vinile. Sono molto felice. Fino a dieci giorni fa ero in sala di registrazione, presto mi arriverà il masterizzato di un nuovo brano che si intitola “La tenerezza 93”. Il 26 febbraio girerò il video e, verso la fine del prossimo mese, quando si sarà smaltito un po’ il mercato sanremese, partirò con la promozione».

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