Con Gabriele Albanesi torna in scena il cinema di genere

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Il cinema di genere, scomparso per anni e bistrattato dalla critica, sembra essere tornato in questo 2021. Calibro 9 non è l’unica produzione di Minerva Pictures che si rifà al vecchio stile degli anni Settanta, da una settimana è uscito su Sky e CHILI l’ultima fatica di Gabriele Albanesi, Bastardi a mano armata. Un noir violento e claustrofobico che riporta alle atmosfere del celebre Cani arrabbiati di Mario Bava (il film che, per diretta ammissione di Quentin Tarantino, ispirerà Le Iene) con un taglio personalissimo dell’autore Albanesi, approdato al cinema con gli horror Il Bosco fuori (2006) e Ubaldo Terzani horror show (2010), scorretto e legato a un’idea di cinema spesso e volentieri snobbata dai salotti. L’esordio come critico, l’amore per il genere e le sue ispirazioni, in questa intervista Gabriele Albanesi ripercorre le tappe della sua carriera sino all’uscita del suo ultimo lavoro.

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Nei tuoi lavori c’è sempre stata una tendenza al cinema di genere, quali sono stati i tuoi primi approcci in questo senso?

Il cinema di genere è sempre stato quello che ho inseguito sin da ragazzo. A vent’anni ho esordito con dei cortometraggi horror/thriller e anche un western-horror (“Braccati”, n.d.r.) e poi ho fatto i primi due film horror low budget. Ora torno alla regia con un film noir che è l’altro mio genere preferito insieme all’horror, lo considero un passo in avanti perché il noir richiede una visione più adulta, meno “fanciullesca”, e consente di rivolgersi ad un pubblico più ampio.

Quali sono per te i noir che più hanno influito sul tuo lavoro?

Del filone noir italiano, il mio preferito è sempre stato Fernando Di Leo che trovo l’autore più completo, con una visione più personale e meno commerciale rispetto agli altri, aveva una sua poetica precisa. Anche altri registi hanno fatto dei film noir interessanti ma perlopiù a livello sporadico, come “Cani Arrabbiati” di Mario Bava oppure “Tony Arzenta” di Duccio Tessari, mentre Di Leo ha costruito la sua intera filmografia sul noir a livello sistematico, autoriale.

Sono titoli questi che per anni sono stati snobbati

Lo snobismo culturale verso il cinema di genere è tipico della critica italiana che ha sempre preferito il cinema più impegnato e di contenuti, sin dai tempi di Leone. Quella a favore del cinema di genere è una battaglia che porto avanti da tantissimi anni, sin da quando mi dilettavo come critico cinematografico e fui tra i primi a scagliarmi contro una certa tendenza del cinema d’autore italiano. Tra la fine degli anni 90 e gli inizi del 2000, agli albori di Internet, scrivevo su un popolare newsgroup di cinema col nickname di George Kaplan e ho fatto molte battaglie per portare avanti l’idea di cinema di genere, c’è stata insomma molta teoria prima di passare alla pratica. Anche dal vivo fu famoso lo scontro nell’estate del 2000 con Nanni Moretti al Nuovo Sacher durante la proiezione di “Autunno” di Nina Di Majo, che io trovai terribile perché ripeteva in tutto e per tutto i cliché dei film di Moretti ma declinati al femminile. Presi la parola e attaccai il film, e con esso il decadentismo del cinema ombelicale autoriale italiano di quegli anni. Quando Moretti mi chiese quali registi invece andavano presi secondo me come esempio, risposi senza esitare con i nomi di Leone, Argento e Bava. Gran parte del pubblico presente mi diede addosso con fischi e proteste. Dopo questa esperienza da critico sei passato all’horror, oggi esce il tuo primo noir, quali sono le similitudini tra i tuoi precedenti lavori e “Bastardi a mano armata”? Il filo conduttore tra “Bastardi” e “Il Bosco Fuori” sta nelle ricorrenze stilistiche e narrative nonostante i due film appartengano a generi diversi: i temi del gioco al massacro in un ambiente chiuso, dei ribaltamenti di ruolo, il gusto del sadismo e della violenza. Entrambi sono film che non arretrano di fronte all’eccesso e che colpiscono duro. Anche la struttura narrativa è simile: una prima parte in cui cresce la tensione ed una seconda parte dove invece esplodono gli scontri e la mattanza.

Questo film evoca già nel titolo un immaginario legato al cinema italiano anni Settanta, è stato solo quello il punto di partenza o ci sono state altre influenze stilistiche?

(In “Bastardi a mano armata”) Sono diversi i riferimenti: da “History of Violence” di Cronenberg a “Dal tramonto all’alba” o “Cape Fear” con la situazione della famiglia presa in ostaggio, che rimanda al prototipo di “Ore disperate” di William Wyler, ma ci sono anche molti riferimenti a Fernando Di Leo e al noir di Melville e Siodmak, quest’ultimo nel tema delle colpe del passato che inchiodano i personaggi e nella struttura a flashback.

Questo tipo di film era inscindibile dal contesto nazionale del suo tempo, quanto è presente questo fattore in un lavoro contemporaneo come “Bastardi a mano armata”?

Il contesto del nostro territorio è molto importante, infatti ho sempre cercato di contestualizzare a livello nazionale i miei film, sia “Il Bosco Fuori” che “Ubaldo Terzani” erano molto calati nella realtà italiana (la provincia di Roma nel primo e la città di Torino nel secondo). Credo che una identità culturale forte renda più interessante la narrazione agli occhi degli stranieri, al contrario il camuffamento da film americano rende il film meno vero e quindi meno interessante. Pensiamo ai film cult di Luc Besson come “Nikita” o “Leon”: hanno fatto storia proprio perché era quella la via francese di fare il cinema crime. In “Bastardi a mano armata” la collocazione territoriale è meno marcata rispetto agli altri miei film, ma nel personaggio di Caligola ad esempio ci siamo molto rifatti alla vera storia di Carminati, il boss di Mafia Capitale. Per il resto l’italianità è presente soprattutto nello stile: l’eccesso della violenza, un sottile humour nero, la musicalità protagonista, l’aggressività visiva, sono tratti tipici del cinema di genere italiano dell’epoca d’oro.

Il cinema di genere oggi è più accettato da critica e pubblico, cos’è cambiato?

Una piattaforma come Netflix o come Amazon, che ha una platea internazionale e non solamente italiana, tra un film d’autore all’italiana e un film d’azione, horror o thriller preferisce probabilmente produrre quest’ultimo, perché gli permette di ottenere un riscontro maggiore a livello mondiale. Gli haters sono sempre numerosi, quelli che devono odiare un film a prescindere solo perché italiano. Spesso accusano di voler copiare gli americani senza capire che gli italiani non sono stati secondi a nessuno nel cinema horror, e si sono difesi bene anche nel poliziesco. Per la maggior parte questi haters sono degli ignoranti cinematografici, mi piacerebbe sottoporli a delle interrogazioni sulla storia del cinema per vedere in quanti saprebbero rispondere.