Stenio Solinas e quella modernità paradossale di Saint-Just

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Crudele, gelido, intransigente. È Louise Antoine de Saint-just. Rivoluzionario, esteta armato, feroce membro del comitato di salute pubblica, protagonista del nuovo saggio di Stenio Solinas, Saint-Just. La vertigine della rivoluzione (Neri Pozza).

Solinas, tra gli intellettuali più interessanti del panorama italiano, proveniente dagli ambienti della Nuova Destra, continua quella “educazione sentimentale” iniziata con personaggi come Wydham Lewis, con “compagni di solitudine” e con la sua summa autoriale “Atlante ideologico-sentimentale”. In cui mostra personaggi e ambienti ricercati e dannati. Con il suo ultimo saggio, l’autore, resuscita il mito, la leggenda e la figura di questo rivoluzionario anomalo, l’unico “a cui si possa pensare con amicizia”. Un personaggio assoluto, sanguinario ed intransigente, affascinante e raffinato. Pubblico accusatore del re Luigi XVI, dei girondini, dei nemici della rivoluzione. Conducendoli alla ghigliottina con feroce intransigenza, la stessa con cui affrontò la propria esecuzione a ventisette anni. Percorrendo un percorso politico intenso quanto breve. Avvolto da leggende e calunnie, dal mito della bellezza, al culto supremo della virtù. Tra la ghigliottina e Sparta, animato da uno spirito avanguardistico, da uomo d’azione, ussaro inflessibile, vero “missionario della rivoluzione”. Con i valori di Catone e il cuore di Nerone.

Nel saggio Solinas mostra un Saint-Just ed una rivoluzione differenti dalle speculazioni e dalle interpretazioni successive. In cui i rivoluzionari non erano degli anticipatori del socialismo e del progressismo, ma dei rifondatori di quel mondo classico greco-romano interrotto dal medioevo e dall’assolutismo. Guardando non ad un futuro “di cui non potevano avere cognizione”, ma al passato della democrazia ateniese e della Repubblica romana. Uno spirito neoclassico che si manifesta nella ripresa della tradizione repubblicana, nel culto annientante della virtù. Sviluppando una modernità paradossale che in Saint-just trova il massimo compimento. Una modernità non in nome del futuro o del progresso, ma in nome dell’antico ordine repubblicano, dell’eroismo classico. In cui i programmi sociali non sono un fine ma una necessità per la continuazione della rivoluzione. Una rivoluzione che viene servita da Saint-Just nonostante la causa. Sfatando l’interpretazione che fa dell’angelo della ghigliottina un prototipo dell’intellettuale organico novecentesco, considerandolo più un esteta armato. Che vuole costruire una repubblica ispirata “alla felicità di Sparta ed Atene”, in cui la libertà senza la virtù non ha senso. Muovendosi in un contesto tremendamente attuale. Dalla fusione tra moralismo e politica, alla confusione tra nemici di partito e nemici del popolo. In un contesto dominato dalla tendenza parolaia e giustizialista, tra la gogna e l’inquisizione. Mali incarnati dall’ipocrisia di Robespierre, dalla corruzione e volgarità di Danton, gli opportunismi di Fouché e Talleyrand. Sono dei borghesi affamati di retorica e ideali, che dietro alla maschera neoclassica disegnata da David mostrano una fragilità e delle piccolezze che sono più evidenti in punto di morte. Saint-just è loro compagno di viaggio, ma è totalmente diverso. In lui virtù e condotta sono inscindibili, la politica non è mai un gioco delle parti, ma una missione. All’orgia linguistica dei comizi di una Francia che “mai è stata così letteraria” oppone il laconismo. Alle buone parole sulla nazione in armi, le missioni sui campi di battaglia. Mostrando sul patibolo, il silenzio e l’algida compostezza dell’uomo in rivolta. Avendo con la giovinezza un rapporto viscerale e non solamente anagrafico, vivendola come una condizione esistenziale, come un patto con se stessi. In cui si riscopriranno Malraux e Drieu, Camus e la Yourcenar. Saint-Just è stato uno sposo infernale della rivoluzione la cui storia si inserisce perfettamente nelle “vite esemplari” di Stelio Solinas.