Omar Pedrini: “In Viaggio senza vento con il mio maestro di anarchia”

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Nel numero in edicola di CulturaIdentità troverete fra le altre sorprese l’intervista a Omar Pedrini. Come tutti i veri artisti, Omar Pedrini è un “cane sciolto”, non ha filtri, è un musicista sanguigno, un uomo coraggioso, un anarchico sincero che dice sul palco della vita quello che pensa. È considerato pioniere del rock all’italiana con la sua storica band, i Timoria.

Omar, tu e Dante siete del segno dei Gemelli, ma, oltre a questo, cosa accomuna il Sommo Poeta al Rock e quindi a te?

Per primo le lotte e l’uso della lingua di Dante. Se c’è una cosa che tutti mi riconoscono è la testardaggine, fin dagli anni ’80, e la volontà di fare rock cantando in italiano. Amavo il rock inglese, ma quando traducevo i testi in italiano mi accorgevo che non erano un granchè, mentre quando il rock italiano cantava in inglese, spesso celava troppe banalità. E’ per questo che ho deciso di fare autentico rock’n roll, ma direttamente in lingua italiana. Nel 1991 i Timoria furono il primo gruppo rock a portare una canzone a Sanremo, tra lo stupore generale, dove poi venne istituito il Premio della Critica per i giovani grazie a noi. “Viaggio senza vento” è stato il primo disco d’oro dell’indie rock italiano e da quel momento i discografici hanno iniziato a cercare artisti che lo cantassero in italiano. Poi c’è il tema del viaggio appunto che torna. Anche la Divina Commedia è un grande viaggio: negli Inferi, nel Purgatorio e nel Paradiso; è una straordinaria opera rock. 

Nient’altro?

Il mio maestro di vino e di anarchia Luigi Veronelli. 

In che senso?

Fece una grande battaglia per la diffusione dei prodotti DOC sui territori ispirandosi al maestro di Dante, Brunetto Latini che una volta scrisse: ” Tre sono le autorità a cui deve rispetto l’uomo: il padre, la madre ed il Comune”.

A proposito di territori noi abbiamo lanciato le Città Identitarie, qual è la tua?

La mia città identitaria è sicuramente Brescia anche se poi sono diventato milanese d’adozione. Un artista racconta spesso lo spirito del luogo, il genius loci, ed io ho lì le radici, ben piantate come una vigna della Franciacorta.

Nel 2017 è uscita la tua autobiografia, “Cane sciolto”: il titolo è tutto un programma..

Quest’anno ne è uscita anche un’altra con La Nave di Teseo, ma a questa che citi sono molto affezionato, perché non l’ho edulcorata, non ci sono eufemismi borghesi: ho raccontato il peggio di me, non solo i miei successi. La copertina è una foto di Giovanni Gastel (la cicatrice sul mio petto, conseguenza di tre operazioni al cuore), che mi ha detto che in quella cicatrice ha visto la mia sfacciataggine, il mio coraggio. Gastel mi ha voluto riprendere a torso nudo per far vedere il mio orgoglio e la mia maledizione.

Qual è la cosa peggiore che hai fatto?

La prima operazione è stata nel 2004, avevo 36 anni ed ero a Sanremo dopo lo scioglimento scioccante dei Timoria: vinco il Premio per il miglior Testo con la canzone “Lavoro inutile”, sono felice, mi gaso. Una mattina mi sveglio: male al petto, cado per terra, corsa in ospedale, mi devono operare d’urgenza, in sala operatoria prima dell’anestesia dico al medico con un filo di voce: “Dottore mi raccomando state attenti a non far uscire la mia anima”. Dopo 10 ore di operazione, l’indomani mi sveglio in una stanza piena di libri. Tutti mi regalavano libri, parlavo di libri e rock’n roll con i dottori e lì nacque la canzone “Shock (dolcissimo shock)” ispirata alle mutandine della mia infermiera preferita. Anche tra la vita e la morte la visione della femminilità mi ispirava e mi ha fatto capire che ero vivo

Nel 1995 i Timoria vincero il secondo disco d’oro con l’album “Speedball 2020”, una combinazione letale di droga: cos’era un testo profetico sul coronavirus?

Quest’anno mi hanno subissato di interviste per questo album premonitore. In effetti disegnavo il 2020 proprio così come è. Pensa che noi avevamo sul palco un mimo che interpretava le nostre canzoni con in faccia una mascherina! Mi hanno chiesto se mi sento un profeta, ho risposto che se lo fossi avrei profetizzato lo scudetto del Brescia, non questo anno disastroso.

Come la vedi questa condizione che viviamo per il covid?

Ho bisogno del contatto fisico: pensa che alla fine dei miei concerti acustici c’è la fila dei ragazzi che mi aspettano per l’abbraccio. E’ un rito, questo dell’abbraccio, quindi puoi capire quanto sia strana per me questa situazione. Mia moglie che è in dolce attesa e mia figlia hanno preso il covid ed io sono stato 34 giorni lontano da casa. Appartengo a una categoria ad alto rischio per via delle tre operazioni, di cui due a cuore aperto, ma è un anno che non faccio i controlli in ospedale (dovrei farne due all’anno, li chiamo “pit stop”), quindi vivo una situazione un po’ surreale… Ho paura di prendere il Covid, ma non rinuncio alla mia natura. Ovviamente indosso la mascherina, però non voglio vivere nel panico, non voglio dargliela vinta. Se in 40 vanno a prendere l’aperitivo sui Navigli è da irresponsabili, ma non bisogna nemmeno arrivare all’estremo opposto.

A proposito di virus e di Cina: con i Timoria nel 1989 facesti un concerto per gli studenti di Piazza Tienanmen a Firenze.

Ne vado fiero, avevamo 19 anni. Il ragazzo davanti al carro armato era uno studente come me. Non c’era internet e le notizie dai paesi comunisti era difficile che arrivassero correttamente da noi. Fu anche l’inizio della fine della diffusa utopia filo-comunista: si cominciò ad aprire un dibattito, fino a quel momento improponibile anche tra noi musicisti, che venivamo un po’ tutti dalla sinistra. Forse in quel momento cominciai a sentirmi anarchico.
Oggi, pur ammirando la cultura della grande Cina, sostengo la causa del Tibet e ho sentito racconti di violazioni dei diritti umani e culturali persino dai monaci: penso che dovremmo pretendere il rispetto dei diritti delle minoranze ovunque, soprattutto dai paesi con cui siamo in “affari”.

Tu come molti artisti puri ti definisci anarchico…

Si sono convintamente anarchico. Non sono né di destra e né di sinistra, ma questo non vuol dire che mi disinteressi di politica. Sono un uomo libero e combatto per le cause senza pregiudizi. A mio figlio Pablo, che va al Liceo Classico, dico sempre: “Tu che frequenti l’Arnaldo da Brescia, un eretico che fu arso vivo e gettato nel Tevere cinque secoli prima di Giordano Bruno, puoi anche non interessarti di politica, ma sappi che la politica si interesserà di te”

Dal 1998 con il Brescia Music Art hai lanciato un nuovo Festival delle Arti

Si, avevo trasformato la città in un palco all’aria aperta con migliaia di spettatori e tanti artisti importanti che hanno contaminato le loro arti. C’erano Battiato e Sgalambro, Marco Lodola, la regista Floria Sigismondi, i CSI , tante iniziative sociali, Ferlinghetti, Aldo Busi, Morgan e Asia con il sottoscritto alla chitarra che recitavano l’Inferno di Dante, la prima mostra di quadri di Jovanotti.
Un grande festival che il Comune di Brescia colpevolmente ha cancellato e la cosa ancora mi addolora.

Allora vorrà dire che ti inviterò al prossimo Festival di CulturaIdentità.
Mi hai già al tuo fianco!