Myss Keta: «Sono una signora che guarda oltre le maschere»

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Myss Keta alla TORRE GALFA DI MILANO_ credits PH. Dario Pigato

Vetro e acciaio. Le foto di Helmut Newton che entrano nei grattacieli di Milano, le atmosfere da clubbing anni ’90. Mentre, felina, è un po’ più Madame e, come la poetessa Saffo, “canta” versi ma in una Magna Grecia futurista popolata da fate che abitano immaginari boschi blu. La maschera, quel marchio di fabbrica per il quale si distingueva e che dava alla performer Myss Keta l’anonimato, oggi è un po’ il must have di tutti. Se ne è accorto anche il New York Times, che l’ha intervistata. Grace Jones, la musa del suo nuovo Ep in cui convivono diverse personalità. Pure Raffaella Carrà, bionda quanto lei, e Loredana Bertè, che invece non era affatto una Signora. Anime che spesso si incontrano e si scontrano con le parole e l’ambiguità. Un manifesto anche queer il suo ultimo lavoro, che grida “Il cielo non è un limite” quando la Terra ci ha privato della libertà. Ed è sempre “Pazzeska”. Forse più ricercata, sofisticata e propensa a sperimentare nuovi orizzonti musicali che si mescolano e si stravolgono.

Il Giornale OFF intervista Myss Keta alla TORRE GALFA DI MILANO
ph. Davide Busnelli

LA TRACKLIST DEL NUOVO EP

Giovanna Hardcore” e “Due” sono i singoli che anticipano il progetto discografico in uscita, esclusivamente in digitale, a partire dal 13 novembre per Island Records-Universal Music Italia: sette soundtrack prodotte da Riva, con gli innesti compositivi di Populous e Unusual Magic, un featuring di Priestess e un cameo di Lilly Meraviglia. Nell’inusuale conferenza stampa su Zoom, dopo il recente Dpcm che ha bloccato la cultura, Keta non si ferma e, dalla Torre GalFa della città meneghina, è pronta a svelare poliedriche immagini di sé. Si trasforma in un razzo missile argentato, un robotico aereo solitario che non può essere controllato. Va oltre le apparenze che nascondono indomabili e infiniti scorci interiori.

LA REGINA  DI PORTA VENEZIA E SANREMO

Dopo “Una vita in capslock” e “Paprika”, la Regina mascherata di Porta Venezia, che ha rilasciato di recente un’intervista al New York Times non senza aver condotto prima insieme a Nicola Savino “L’altro festival” di Sanremo per concedersi poi ad un duetto “al bacio” con Elettra Lamborghini , spinge sui suoni dark e pungenti in un rave dal roof di un palazzo di cristallo milanese: l’effetto è una giungla metropolitana del futuro. Ne è profetica custode, sacerdotessa che spezza le catene delle convenzioni imposte per evadere dal nostro tempo, l’epoca delle costrizioni asintomatiche. In gara sul palco dell’Ariston? «Non ho presentato il pezzo. Però, magari, lo conduco!». E aggiunge «Ho immaginato finestre sulle quali si spalancava non solo l’infinità siderale ma anche l’interiorità. Un luogo che sta fuori rispecchia la nostra intimità, è una questione di spazi compenetranti. L’occhio sull’architettura e l’arte fotografica. Un Ep istintivo, sul quale sono contenta di essermi sfogata, soprattutto in un momento in cui non si può andare nei club. Ma le nostre stanze possono diventarlo. La vocalità è performativa, recitata, teatrale», racconta sperando di conquistare gli stadi per i prossimi live.

Il Giornale OFF intervista Myss Keta alla TORRE GALFA DI MILANO
PH. Dario Pigato

I PECCATI CAPITALI(STI) E LE TANTE MYSS(TRESS)

Un po’ divertita, un po’ seria, confessa i propri peccati, lasciando invadere la sua mente da James G. Ballard. Ossimori, visioni “cronenberghiane” e radicali reportage della realtà. Il Medioevo virtuale dell’artista britannico James Bridle, la post-verità della new economy che conserva i resti di un feudalesimo sociale. Reperti scavati fra acrobazie da paroliera. Poi la voce, come se fosse sul palcoscenico di un teatro off di Broadway. Pezzi in Tedesco, Inglese e Greco antico: un melting pot variopinto di doppelgänger, sosia, alter ego. Griffati, luxury-underground o periferici. «Parlato sul piano testuale, e con una pronunciata interpretazione, nell’Ep Myss prende le sembianze di Giovanna Hardcore, riproducendo il tutto sulle altre canzoni che ne subiscono l’influenza». Eretica, mistica, reincarna in versione “Mad Max” la pulzella d’Orleans vestendo panni post-apocalittici. La mistress aggressive, «affilata e tagliente», seduce, tramutandosi in una contemporanea dea della caccia: Diana. «Una Myss diventata un po’ più Signora!», dice compiaciuta. Se il primo quotidiano statunitense titola “Era ad un passo dalla celebrità, ma adesso le assomigliano tutti”, per Keta «La maschera ha un valore simbolico e concettuale, che far immergere tutte le personalità nel personaggio senza darle un volto specifico. Quando osservo la gente in giro con la mascherina, mi rendo conto che è un presidio di salute per proteggere la propria comunità. Non ci spaventa più come se fosse un elemento di disturbo, ora ci rassicura. Gli spunti di riflessione sono tanti, con la maschera non si notano le espressioni, tuttavia Myss non è stata depotenziata ma è una strana osservatrice di una situazione in cui siamo finiti involontariamente. Sono privilegiata poiché posso valutarne l’impatto sociale dell’uso, avendolo già fatto per lavoro».

Il Giornale OFF intervista Myss Keta alla TORRE GALFA DI MILANO
PH. Dario Pigato

LE INFLUENZE MUSICALI

Tra sonorità beat, ghetto, techno-glam, Green Velvet, voguing Lgbtqi+ da dance floor e gli accenti deep house della Chicago da bere, che in verità è il capoluogo lombardo di cui è sovrana incontrastata, è una Lady che non siede sui divanetti dei salotti medio-borghesi. L’electroclash, invece, è ispirato al fantascientifico videogame “Wipeout 2097”. Modernista “Rider bitch” che gioca alla PlayStation, in un anno in cui «i rider sono stati gli angeli dell’emergenza sanitaria prima di essere schiacciati e sfruttati dalle superpotenze». «Sono arrabbiata, non vedo l’ora di cantare questa canzone dal vivo, un argomento molto sentito e rappresentativo dei nostri giorni», continua la rapper (ma non chiamatela così, sarebbe riduttivo). L’ossessione compulsiva per l’esteriorità, l’immagine ritoccata da Photoshop quale nuovo irrinunciabile trend imposto dai social e dal web: in “Photoshock” si arriva alla synth-wave anni ’80, per approdare a quella che lei definisce «la saturazione post-capitalista» della traccia finale, “Due”, un  divino manicomio electropop confezionato sulla hit “Two Times” di Ann Lee, successo del 1999 entrato nelle top ten internazionali. Ma Myss Keta non era ancora nata.