Lino Banfi: “Quel mio debutto in pugliese sgrammaticato”

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Lino Banfi non ha bisogno di grandi presentazioni. Oltre cento film, più di venti serie e film per la televisione e altrettanti varietà. Ma il numero importante è un altro: nel 2020, infatti, l’attore pugliese ha festeggiato sessanta anni di carriera. Era il 1960 quando, diretto da Lucio Fulci, fece il suo piccolo debutto cinematografico. Gli abbiamo così chiesto di riaprire il suo album dei ricordi.

Il tuo esordio tv risale al 1964 con Antonello Falqui: come nasce il personaggio di quel valletto pugliese, padre di tutti i tuoi principali personaggi futuri?

«Io ho sempre fatto avanspettacolo da ragazzino, con le imitazioni di cantanti di colore. Poi, anni dopo, Lando Fiorini mi propose di fare cabaret. Per mettermi alla prova una sera mi chiamò sul palco di un locale, a sorpresa. Pensai quindi di giocare col dialetto pugliese, come facevo da ragazzino, quando prendevo in giro i contadini e gli sgrammaticati. “Cari raghezzi, mi sono chiesto perché sono qua, porca pu**ena. Io vengo da un teatro nobile, l’Ambra Jovinelli, dove vanno pu**ene e soldeti. Ora sono davanti a un pubblico come voi che si vede che siete tutti disgrazieti, quettro morti di fame“. In realtà erano tutte ingioiellate e impellicciate. Dopo 15 minuti, si alzarono tutti in piedi per applaudirmi. Così Lando Fiorini si convinse».

I tuoi anni Settanta sono segnati da una proficua collaborazione con Franco e Ciccio.

«Con loro avevo un rapporto quasi fraterno. Prima con Ciccio, con cui mi vedevo di più, poi con Franco. Quando Ciccio stette male per una ulcera perforata, Franco Franchi mi portò con lui in tournée in America. Sono sempre stati molto carini con me».

Gli anni Ottanta sono ovviamente quelli della commedia sexy: con quale attrice hai girato la scena più hot?

«Sicuramente con Edwige Fenech, che guarda caso è nata a Bona, in Tunisia, e oggi vive a Lis-bona. In una scena di Cornetti alla crema, dovevo toccarle il seno. Lo facevo con garbo, con timidezza. E il regista mi diceva che non andava bene. Era la terza volta che ripetevo la scena, sebbene di solito con me fosse “buona la prima”. Un tecnico delle luci allora mi urlò: “Lino te vuoi sbriga’? Sembra che stai a svita’ una lampadina!”».

Negli Anni Novanta diventasti Nonno Libero in Un medico in famiglia: accettasti subito?

«Quando me lo proposero, mi mostrarono una puntata in spagnolo: il nonno del format originale era un personaggio appena secondario. Un ruolo fatto male, con un attore scurrile. Non volevo farlo. La sceneggiatrice mi promise che la parte sarebbe stata migliore, adatta a me. Decisi così di fidarmi. Peccato che non ci sia stata un’ultima serie».

Anni Duemila: il tuo ruolo drammatico in Vola Sciusciù sorprese tutti.

«Vola Sciusciù era una mia creatura, scritta da me. Tra l’altro raccontava una storia realmente accaduta in Puglia. Ricordo però con affetto anche un altro film drammatico, Nuda proprietà vendesi.  A tal proposito, ti anticipo che io e il regista Cesare Furesi stiamo scrivendo un film che prevede un grande ruolo drammatico, quello di un ex giudice ottantenne solitario in tempo di bilanci. Spero così, dopo tanti film di successo ma mai premiabili, di poter vincere un premio. Anche di peluche».

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