Stefano Massimo, letteratura per immagini in “camera oscura”

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Stefano Massimo, letteratura per immagini in camera oscura
Coprifuoco - GAZA, Palestina Occupata (1988)

Quando non è in giro per il mondo, vive e respira tra le vecchie pietre, che custodiscono le incrostazioni del tempo e la sua testimonianza. Non si limita a cercare istanti di bellezza ma al valore insito nelle cose, la loro anima. Artista autentico, le cui foto sono concepite intimamente e successivamente nascono. Crea immagini evocative anche in contesti terribili quali il Pakistan post terremoto o in Palestina, raccontano e coinvolgono umanamente chiunque le guardi. Uno tra i pochi fotografi superstiti della rivoluzione “post produttoria” in cui chiunque fa fotografia ma pochi originano eventi, arte, rivelando l’invisibile e la verità delle cose: la loro anima.

Stefano Massimo è nato a Londra per volere di sua mamma ma è stato cresciuto dal suo padre anticonvenzionale, il principe Vittorio Massimo, a Roma. Prima dei vent’anni esce il suo primo servizio su British Vogue, collabora per anni con prestigiosi magazine di moda e per clienti prestigiosi che includono: Max Mara, Versace, Shiseido solo per nominarne alcuni. Stefano ha una profonda attenzione per i problemi sociali in tutto il mondo, che lo ha portato ad una passione per la fotografia di reportage che segnerà tutto il suo lavoro. Nel 1988 visitò per la prima volta Gaza e la Cisgiordania occupata durante il periodo della prima Intifada. Le sue fotografie di reportage sono state pubblicate sulla rivista tedesca Stern e utilizzate in numerosi documentari televisivi britannici. Nel 2005 è tornato in Palestina per realizzare una serie di fotografie in bianco e nero per il libro Silent Witnesses, the Lives of Palestine’s Children (prefazione di SAR il principe el Hassan bin Talal, fratello di Re Hussein) per la Fondazione Al Madad. Alcune di queste fotografie sono state usate da John Berger nella sua pubblicazione intitolata: Lettera da Gaza di Ghassan Khanafani, il poeta palestinese assassinato dal Mossad a Beirut nel 1972. Nel 2006, in seguito al disastroso terremoto nel nord del Pakistan, propone alla stessa fondazione l’idea di un documento visivo degli effetti della tragedia sui suoi bambini, che sono state raccolte ed hanno portato alla nascita del libro I bambini del Kashmir, i testimoni silenziosi del terremoto (prefazione di Imran Khan, star del cricket, fondatore del Shaukat Khanum Memorial Trust Cancer Hospital e attuale Primo Ministro del Pakistan). Nel 2009, in occasione del suo venticinquesimo anniversario, l’Islamic Relief gli conferisce l’incarico di recarsi a Mandera, nel Kenya settentrionale, nello Yemen e in Bosnia Erzegovina per dei servizi fotografici, usando pellicola in bianco e nero, che documentano i numerosi progetti intrapresi in quelle zone da questo ammirevole ente di carità. Nel 2012 fotografa i poverissimi di Delhi, per conto della Ila Trust Mobile Clinic di Reeta Devi. Dal 2009 inizia una collaborazione permanente con il Laboratorio Internazionale per la Pace dell’Università di Roma Tor Vergata, offrendo il contributo di immagini di reportage in eventi in cui scienza, arte e integrazione sociale si fondono. L’obiettivo di introdurre l’arte visiva in un contesto scientifico solleva la questione dell’ampliamento delle vie accademiche, innovando così l’insegnamento universitario.

Banamula, Pakistan, Line of Control

Come ti sei avvicinato alla fotografia?

Grazie a mio padre. A 12 anni mi ha regalato la mia prima macchina fotografica: una Miranda, una macchina giapponese non molto costosa. Così ho iniziato a scattare in bianco e nero e verso i 14 anni ho iniziato a sperimentare con le pellicole a l’infrarosso che cambiavano colore ai soggetti: l’erba diventava rosa o le foglie blu. Avevano un effetto psichedelico. Non potevi sapere quale sarebbe stato il risultato finale. Successivamente, ho iniziato con le doppie esposizioni e non mi sono mai più fermato.

Le tue foto raccontano storie, come dei film. Letteratura in immagine. Chi ti ha ispirato. Ci sono artisti, poeti, film che hanno ispirato il tuo lavoro?

Per la loro padronanza del linguaggio prima di tutto giganti come Tolstoy, Dostoevsky, Turgenev contemporanei come Pasolini. Mi piacciono molto scrittori indiani come Tarun Tejpal (L’Alchimia del Desiderio) o Arundhati Roy (Il Dio delle Piccole Cose che l’ha resa famosa.  Ma anche The Algebra of Infinite Justice). Film: Il Gattopardo in primis. La bellezza delle inquadrature, il tempo lasciato allo scorrere delle immagini, la perfezione dei dettagli.

Quando scatti, quale caratteristica dovrebbe avere il risultato finale?

La composizione per me è importante, cerco sempre di trovare la bellezza, l’armonia nelle foto. Il contatto umano di uno sguardo, vedere oltre alla superficie. Magari, la mia idea di bellezza non sarà la stessa per un’altra persona. Questo forse dipende dall’educazione ricevuta o dal contesto sociale da cui si proviene: “Le milieu fait l’homme” (Balzac). Quando scatto il mio occhio cerca l’equilibrio e la bellezza. Ognuno vede le cose a modo suo. Cerco un’emozione. A volte, a Calcata, dove vivo quando sono in Italia,  guardo dalla finestra, lì per lì non vedo nulla, ma se mi concentro inizio finalmente a vedere. Ci sono delle cose bellissime, si dovrebbe solo concentrare il proprio punto di fuoco in un segmento di quello che si vede e in quel momento si aprirà l’invisibile, molteplici scenari inaspettati diventano visibili. Ciononostante, essi, col passare degli attimi cambieranno, grazie alla luce, con i suoi punti in ombra o in luce, cambiando forma, tonalità … scoprirai l’anima delle cose.

C’è un legame tra il gusto e la cultura? Le tue origini, i tuoi natali hanno contribuito a formare la tua idea di estetica, la tua personalità e il tuo parametro di bellezza.

Ho sempre apprezzato la cultura contadina. Ho preso da mio padre, che adorava vivere in campagna tra le cose semplici e genuine. Non aveva niente a che fare con la classe. Era in grado di apprezzare anche le cose belle e raffinate: era un uomo di grande cultura. E questa combinazione di fattori dona la libertà di guardare le cose in modo aperto. Nato prima dell’inizio della prima guerra mondiale, era in grado di viaggiare col pensiero, era aperto al mondo, alle diverse culture e le abbracciava con curiosità ed entusiasmo.  Amava i paesi arabi, aveva combattuto in Libia durante la guerra. Persona curiosa ed eccentrica. Legato all’Italia ed alla sua cultura. Ma aperto al mondo. Aveva vissuto i momenti storici e i cambiamenti epocali del XX secolo. Aver avuto un padre così è stato importante, mi ha permesso di poter identificare ed apprezzare, in un mondo in via di rapidissima trasformazione, il dono prezioso della tradizione. 

Il tuo rapporto con la rivoluzione digitale?

Qualche anno fa, al matrimonio di amici in comune, il grande fotografo di guerra Don McCullin (Vietnam, Libano, Biafra, Irlanda del Nord) mi ha chiesto se, come lui, ero rimasto un purista che si rifiutava di passare al digitale. Alla mia ammissione che ahimè anch’io, dopo anni di rifiuto totale, avevo comperato una Nikon digitale, con uno sguardo di delusione ed incredulità, mi disse: “Traditore!” Lo capii benissimo, specialmente visto che, oltre ad essere un grandissimo fotografo, Don sviluppa personalmente le pellicole e stampa magistralmente tutte le sue foto. Io non uso Photoshop. Sono contro questa mania di manipolare le immagini. Credo che annienti il valore dell’artista. L’artista esce, vive, sente, interpreta, viaggia anche con la propria immaginazione. Non mi piace che l’artista venga considerato meno di un tecnico, che il più delle volte vive rinchiuso in una stanza, al buio, davanti ad uno schermo.

Stefano Massimo è nato a Londra per volere di sua mamma ma è stato cresciuto dal suo padre anticonvenzionale, il principe Vittorio Massimo, a Roma. Prima dei vent’anni esce il suo primo servizio su British Vogue
DONNA – Avanguardia Russa

Scorgendo i tuoi progetti: la tua fotografia ha un forte richiamo al concettuale, spinge colui che osserva in una dimensione al di là del reale. Hanno volti ma soprattutto hanno voce. Mi parli dei tuoi progetti, quelli che ti hanno lasciato un segno e che hanno portato a cambiare il tuo modo di vedere il mondo.

Stranamente grazie alle foto di moda sono riuscito a fare delle foto di reportage migliori perché con la moda devi instaurare un rapporto immediato con tutti gli attori che partecipano all’esecuzione di quello scatto: dalla modella, alla redattrice, al make up artist ecc ecc. Basta un attimo per far saltare tutto il lavoro. Devi decidere in pochi secondi gestendo più persone e situazioni per l’esecuzione di uno scatto. Quando ho fatto gli scatti ai bambini in Palestina o in Pakistan dopo il terremoto, in mezzo a tanta sofferenza, tra edifici distrutti, morti e desolazione, muoversi in queste zone era molto difficile. Occupazione militare permanente in Palestina, freddo, desolazione, persone sofferenti e abbandonate che vivevano con nulla e a cui mi sono sentito molto vicino, umanamente parlando. Quindi la fotografia per me era diventata il modo di far conoscere e trasmettere tutta questa sofferenza. È diventata un racconto. Per me è molto importante il contatto visivo. Per questo utilizzo obbiettivi corti, il mio preferito tra tutti è il 58mm, per il reportage il 28mm. Così veramente sono riuscito a inserire tutto un mondo in uno scatto, a vedere tutto nella foto donandole importanza e voce. Anche se è più difficile utilizzare questo tipo di ottica. Con il 28mm se sbagli angolazione rischi di distorcere le figure, così mi affido al mio occhio che mi indica il momento, l’attimo giusto quando scattare. Sono molto legato alla natura e cerco di contestualizzare le figure umane. Natura, figura umana in un contesto in cui la natura è importante tanto quanto il soggetto o il vestito. Nessuno è complementare. Tra tanti luoghi ho scattato sul fiume Orinoco, in Nepal, Kashmir, in Scozia, nelle brughiere, in luoghi selvaggi. Mi affascina l’idea dell’immensità della natura e di questi immensi spazi. L’idea dello stupore della natura che ti sovrasta.

Il tuo progetto fotografico nelle concerie di Fés in Marocco dimostra in un certo senso che c’è un’anima nelle cose…

Mi è capitato di scattare in queste concerie a Fes in Marocco. Sembrava di trovarmi nel medioevo. Utilizzavano gli stessi metodi di allora in cui queste pelli venivano trattate con ammoniaca, urina, feci di animali. In un primo momento volevo fare un reportage immergendomi tra i lavoratori. Inizialmente perfino a piedi nudi, rischiando comunque di cadere in quel formicaio di vasche multicolori e maleodoranti. Alla fine ho trovato un luogo su dei tetti e da lì sono riuscito a ritrarre non più un reportage su quel luogo e sui suoi soggetti, mi sono trovato a catturare delle immagini astratte delle pelli e dei segmenti di quelle arcaiche vasche. Da quella prospettiva ho potuto cogliere i cambiamenti e l’evolversi della giornata e del colore della luce che cambiava e le diverse prospettive. Era affascinante ritrarre quelle pelli messe ad asciugare e la mutevolezza della loro forma che cambiava man mano che la luce mutava.

Pochi fotografi cercano lo scatto definitivo, quello che lo definiscono in assoluto e nell’assoluto. Anche tu cerchi questo scatto?

No… è una sciocchezza. Non mi interessa. Le foto mi rappresentano e visto che cambio e mi evolvo continuamente pur restando sempre me stesso, non ci sarà mai la foto ultima. Ogni foto ha la sua storia, che cambia con le esperienze e visto che cambio, vedo il mondo in modo diverso. Anche se riconosco il mio stile, la mia cifra, che sono frutto di una ricerca in un certo senso subconscia. Non è un fattore volontario, che viene fuori prima dello scatto, ma è successivo. La vita è una sorpresa, è segnata da imprevisti. C’è chi pianifica tutto e che poi ogni cosa viene meno al loro piano originario. Quando si scatta non si pensa, si sente… non si programma si vive.

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Adriana Soares è nata a Rio de Janeiro, vive a Roma dall’età di 11 anni, dove è cresciuta ed ha concluso gli studi linguistici. Artista eclettica che si esprime nelle diverse arti della fotografia, della pittura, della poesia e della scrittura. È permanentemente esposta presso musei con le sue opere che hanno girato il mondo in svariate mostre di successo. È pubblicista e scrive per la sezione cultura del quotidiano Il Giornale: Il Giornale Off. Cura alcune rubriche di Bon Ton su alcune testate. Rappresentata dalla prestigiosa agenzia fotografica “Art and Commerce/ Vogue” di New York. Dal 2017 pubblica le sue prime raccolte di poesie, storie, leggende brasiliane e racconti per bambini. Dal 2019, l'autrice inizia una nuova stagione narrativa con la pubblicazione di racconti per i più grandi. Dislessica per nascita non per scelta.