Gnut: folk/blues “domestico” made in Napoli

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Gnut, ilGiornaleOFF,Angela Lonardo

Gnut, ilGiornaleOFF,Angela LonardoLa prima volta che è salito su un palco l’ha fatto con la band degli esordi, i Banana Republic. «Ero solo il chitarrista e suonammo in una palestra nell’intervallo di una partita di palla a volo femminile». Da quel primo live sono cambiate non poche cose per Gnut, pseudonimo del cantautore napoletano Claudio Domestico, attualmente impegnato in un nuovo tour con cui far conoscere i suoi brani, fatti di melodie sospese tra pop e folk e di testi che fotografano una quotidianità semplice ma profonda.

Considerato come una delle migliori realtà cantautoriali della sua generazione, Claudio racconta di essere stato un bambino difficile «perché avevo un caratteraccio, avevo difficoltà ad accettare il fatto che il mondo non era come lo immaginavo». Da piccolo sognava di fare il pugile e il calciatore («Ma non avevo il fisico adatto»). Il futuro diventa più chiaro quando, da adolescente, scopre la musica. «Ero al primo anno di liceo, un mio amico suonava il pianoforte e di pomeriggio passavo a casa sua per cantare pezzi dei The Beatles.

Dopo qualche mese iniziai a strimpellare la chitarra di mio fratello e a scrivere canzoni». La prima viene fuori quasi per caso: «Mio fratello mi aveva insegnato a suonare i primi accordi e, giocandoci, mi uscì un giro dall’atmosfera western, così scrissi una canzone che parlava di un cow-boy. Avevo 14 anni e la canzone era davvero brutta».

Da allora Claudio non si è più fermato, dalla prima band al disco d’esordio DiVento, dal boom di visualizzazioni su YouTube del singolo Esistere alle esperienze di Arm on Stage, U.A.N.M e di Tarall & Win fino alla collaborazione con il collettivo Be Quiet e alle colonne sonore per il cinema.

Il progetto Gnut nasce nel 2002 con la voglia di passare a sonorità più acustiche dopo diverse esperienze in progetti rock. «Il mio amico Valerio Mola iniziò a suonare il contrabbasso e decidemmo di mettere su una band insieme». «Credo che il mio sia un percorso pieno di significato dalle cose più “piccole” a quelle “importanti”» dice il cantautore autodidatta, cresciuto a pane, The Police e Pino Daniele.

Napoli influenza la sua musica, è la città a cui è legato: «Ho con lei lo stesso rapporto che ho con il sole, lo amo e mi fa bene, ma odio scottarmi». Ci è tornato dopo aver vissuto a Milano ed a Parigi. Ed è proprio nel centro storico della sua città che ha registrato Domestico, il suo ultimo ep, realizzato in cucina, con gli amici, in maniera artigianale. Il modo forse che più si addice alla musica intima ed emozionante di Gnut, che raccoglie fasi e momenti della sua vita mescolando i generi che da sempre ama, dal folk inglese al blues del Delta del Mississippi fino alla canzone partenopea di Roberto Murolo. «La mia musica rispetto ai miei primi brani si è modificata come e quanto sono cambiato io in tutti questi anni» dice Claudio, che si è dichiarato felice di suonare per persone che hanno il suo stesso modo di vedere il mondo e che ammette che la maggiore difficoltà incontrata è stata quella di sopravvivere al passaggio tra il prima e il dopo internet.

Con un cassetto che non contiene sogni ma, come lui scherzosamente dichiara, «solo calzini e mutande», confida, infine, come si immagina tra vent’anni: «Con la voce più roca, più bravo a suonare la chitarra e con tante canzoni in più da cantare. Con una figlia adolescente, sempre la stessa moglie, gli amici di sempre, con più capelli bianchi e meno denti veri».