A “processo” l’imputato Pinocchio: ma i condannati siamo noi

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Ph. Manuela Giusto
Ph. Manuela Giusto
Ph. Manuela Giusto

C’era una volta un burattino, principio d’esistenza lignea e manovrabile e fine della solitudine di chi lo fabbricò.  Le favole sono lievi e crudeli sin dall’incipit. Fissano vertigini, disegnano incanti, consegnandoci la beffa d’averci creduto. Alle origini di questo stupore che ogni truffa morale stima colpevole è facile scovare il desiderio di sentirsi autentici. Questa è l’accusa inflitta all’imputato di legno protagonista di Requiem For Pinocchio di Simone Perinelli e Isabella Rotolo della compagnia Le vie del Fool.  

Il processo contro il celebre personaggio di Collodi somiglia a una lunga auto-assoluzione, un deittico gridare, una ad una, in faccia a un’invisibile maestà giudicante, le ragioni di chi vuole tornare a muovere i suoi passi su gambe derivate da un tronco d’albero. Il Vostro Onore ineffabile, cui rivolgersi con deferenza, enuncia ed incarna l’avvicendarsi, senza requie, dei vincoli umani, l’obbligo di patire tra le lusinghe di una Fata Turchina sorpresa a mescere e somministrare conformismi di madre e d’amante, le illusioni trainate e le emozioni vuote finite sotto la frusta del cocchiere che conduce ragli chiassosi in privati e collettivi paesi dei balocchi, i dogmi di un sopravvivere attaccato al guinzaglio di un mestiere, d’una qualifica, d’un direttore del personale. 

Perinelli riempie la scena, rappresenta entrambi i corni di questa alternativa irrisolta tra coscienza e falsa coscienza, il tono sentenzioso e apodittico del giudice, in ciascuno dei divieti impersonati dal medesimo,  è un ritmico contrappunto a quello ingenuo balbettante e vero, del protagonista. Un monologo denso, fitto, sovrabbondante, s’annoda a una sapiente tessitura sonora capace di duettare con la voce, sfiorando, talora, il rischio di sovrastarla. L’attore-autore mostra una fisicità vitalissima, leviga ogni gesto come se intagliasse, con grazia, la materia dell’espressione, modella la voce in un rap variopinto, intenso,  che intreccia l’intera vicenda in una cucitura ininterrotta d’umanità e artificio. 

La composizione drammaturgica procede come mani su un tamburo, al battere di annunci pubblicitari, status facebookiani, imperativi confezionati nelle attrezzerie del superfluo, risponde il levare  semplice e lieve, l’essenzialità nuda e irriducibile dell’originario ciocco di legno. L’andatura ritmica assume allora, nel recitato, la concitazione di un pulsare non più meccanico e impersonale, ma appeso a dita che mimano la forma d’un cuore, mirando al cuore d’un amicizia viva, quella con Lucignolo, al sapore di lecca lecca al mandarino, all’avventura ripida come una corsa senza motivo, volta a spiare e inseguire nel regno d’una curiosità non recintabile, carovane d’attori assieme al volo, sbilenco e libero, d’una farfalla. Meglio allora arrischiarsi nell’affidare a Geppetto un responso sul senso della vita per vederselo saggiamente ricacciare nell’incomprensibilità d’una formula dal sapore algebrico  come il nome d’un personaggio tratto dalle cosmicomiche calviniane, che sentirsi a proprio agio nel ruolo di obbedienti cartonati dai sorrisi stampati.

Azzardare l’oltraggio del dissonante nel corteo dei decibel pettinati a dovere potrà anche relegarci nel ventre di un cetaceo, sorprenderci a chiacchierare con un tonno grande quasi quanto la nostra voglia di non restare soli. Ma forse aiuterà a non dissolvere, del tutto, l’antica virtù  che ci rende capaci di non prenderci troppo per il naso. La fedeltà a noi stessi. Quella minacciata dai pinocchi in carne ed ossa.

Quella gridata dalla purezza d’animo di un burattino: “…a prescindere da quel che sarà la sentenza, vi dico che questo vostro viver si chiama sopravvivenza. Preferisco faticar per uscir da una balena, che per esser libero un sol giorno a settimana, che non mi bastan quattro  giorni al mese per vivere la vita, perciò la lascerei a voi questa fatica e non perché sia tipo da battere la fiacca, ma stavo meglio col cappio al collo che col nodo di cravatta”.

Ma se  il ritmo pop adesca e seduce lo spettatore le grinte e i musi del protagonista esasperano la freschezza di un accorato appello alla libertà rendendola l’unica chiave interpretativa, ora volta a farsi beffe del “dover essere” ora intenta a mimetizzarsi nella denuncia proclamata. Il lavoro tenta di rappresentare la dialettica tra dovere e volere ma gli manca il senso del tragico del quale, al contrario, non difetta il modello letterario a cui s’ispira questa messa in scena. La scanzonata vitalità dell’attore personaggio è senz’altro accattivante, ma rimane piantata nel presente e immobile come una quercia, se in esso non si riconosce il lavorio d’infamia e dolore sotteso al nostro diventare (veramente) uomini.