E’ ad un libro-zibaldone, uno di quei testi che lui stesso definisce «carichi di una densità apparentemente criptica, ma anche improvvisamente semplici se letti in precisi momenti della vita», che Girolamo De Simone affida la sua ampia e profonda riflessione sulla musica. «Musica Sottile» (Guida Editori), questo il titolo, è un volume denso di pensieri, spunti e approfondimenti, dove lo scrittore, in agili paragrafi, salta da un argomento all’altro, perdendo e ritrovando il filo del discorso. «Provengo dalla musica classica e dalle avanguardie degli anni Settanta e Ottanta, ma ho dai primi vagiti pronunciato la parola frontiera, per suggerire la necessità di una musica che si riappropriasse della possibilità di dire, dialogare, comunicare» scrive l’autore. Introiettando e mescolando inni e canti antichissimi con il suo sentire contemporaneo ha creato musiche nuove. Per il compositore che vive a alle pendici del Monte Somma, a ridosso del Vesuvio, la musica è un intreccio di culture siriane, armene, persiane, beneventane e vesuviane da recuperare, rivisitare e ibridare senza tralasciare il presente. Con perizia parla di tecniche inedite e nuove tecnologie elettroniche, racconta gli incontri con maestri come Cage e Carter, ricorda un artista come Luciano Cilio, analizza l’efficacia delle politiche culturali territoriali per la diffusione dei nuovi linguaggi compositivi, si interroga su cosa sia popolare e cosa sia autentico, dice la sua sugli intellettuali anestetizzati e sulla confusa deriva populistica della politica. Una corposa disamina che parte da una serie di suggestioni per allargare i nostri orizzonti e creare interessanti occasioni di ricerca.
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