Strauss: non c’è politica senza filosofia

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strauss_young_man_mediumNon è un pensatore dalla grande fortuna, Leo Strauss (1899-1973). Allievo e collaboratore di Carl Schmitt, fu costretto a fuggire negli Stati Uniti in seguito alla promulgazione delle leggi razziali. Di lì, insegnò sempre in facoltà di Scienze politiche ed è nella politica infatti che il suo pensiero si muove, memore della lezione di Martin Heidegger, di cui applicò il metodo di decostruzione storica dei principi della modernità fin dal suo saggio su Spinoza. I colleghi di stampo marxista gli hanno fatto la guerra. Ma Strauss, impegnato a studiare le radici del pensiero politico occidentale, ovvero i greci, trovò a sbarrargli la strada anche gli antichisti di professione, che trovavano “eretiche” le sue teorie.

Di conseguenza in Italia, dove è considerato un reazionario, è poco pubblicato. Ora esce per la prima volta il suo Una nuova interpretazione della filosofia politica di Platone (a cura di M.F. Camellone, Quodlibet, pp. 100, € 16) , pubblicato negli States nel 1946 e pressoché ignorato in Italia. È invece questo un testo basilare, propedeutico alla comprensione dei commentari che dedicherà ai singoli dialoghi di Platone, come la Repubblica, le Leggi e il Simposio. cop_strauss-platone_mStrauss espone qui la sua interpretazione centrale del pensiero del sommo greco.

Egli punta al ritorno a Socrate, ovvero “al luogo originario dell’interrogazione filosofica sulla politica”, accorciando le distanze ormai abissali tra filosofia e realtà. Propone infatti il ritorno a una filosofia politica classica, che non cessi di interrogarsi sul presente. E lo fa attraverso un’ermeneutica dei dialoghi platonici, di cui sottolinea lo scetticismo. È un altro punto di vista sull’eternità del pensiero greco, matrice cui si è spesso costretti a tornare per ogni seria e rigorosa indagine sul presente.