Un bel calcio al conformismo soffocante con gli ORk

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Un palco spoglio, poche luci, la sala che si riempie a poco a poco. Gli strumenti distribuiti in poco spazio, in modo insolito, il primo segnale di una serata che si preannuncia diversa da quanto conosci. La batteria è a destra, il basso e la chitarra al centro del palco, il cantante e i sintetizzatori a sinistra. Poi Pat Mastelotto parte a picchiare sulla batteria e svanisce tutto.

Carica, energia e un ritmo che ti fa vibrare da capo a piedi. Gli ORk salgono sul palco e quando parte No Need hai solo voglia di ballare. Vibri come la batteria sotto le bacchette di Mastelotto. Statunitense, già batterista dei King Crimson, 61 anni ma l’energia di un adolescente che è al primo concerto, Mastelloto è la colonna portante di questa nuova band. Un uomo massiccio che quando suona ha un tocco incredibilmente preciso, potente e al tempo stesso sembra quasi accarezzare i piatti e i rullanti.

Gli ORk sono musicisti d’esperienza e si vede. La composizione completa della band è: Lorenzo Esposito Fornasari (voce, archi ed elettroniche; già conosciuto per diversi progetti tra cui Obake e Berserk!), Carmelo Pipitone (chitarra acustica ed elettrica; chitarrista dei Marta sui Tubi), Colin Edwin (basso; membro dei Porcupine Tree) e, ovviamente, Pat Mastelotto.

La band progressive ha realizzato un unico disco finora, Inflamed rides. Ognuno ha portato nel gruppo le proprie influenze e le proprie esperienze. Si sentono i Pink Floyd, i Genesis, c’è un retrogusto del toolliano, gli Yes. E poi ovviamente i King Crimson e i Porcupine Tree. Nonostante non avessero mai lavorato prima insieme il disco è di pura qualità. La domanda dei fan era se gli ORk usciti dallo studio e una volta insieme sul palco, sapessero coinvolgere il pubblico e se avessero la stessa sintonia che si percepiva nell’album. Con il live di mercoledì sera alla Salumeria della Musica a Milano sono riusciti a dimostrare la loro coesione e l’affinità. I musicisti sul palco si divertono, sorridono, scherzano tra loro e con il pubblico con disinvoltura. Un’atmosfera generale cupa, malinconica ma mai triste. C’era sempre quel tocco di rabbia misto ad energia che non rendeva la loro esibizione tetra. Anzi. La sensazione era quella di quando si riceve una delusione amorosa, senza drammi o isterismi, ma con quella sana voglia di mandare tutti a quel paese, di liberarsi da tutta la delusione e la rabbia per qualcosa. Oppure di quella ribellione contro un conformismo soffocante, quasi opprimente.

Un giro di basso e tutto passa. Inflamed Rides si apre con Jellyfish, un pezzo dal sapore molto toolliano, con una linea di basso marcata e la voce di LEF (cantante) che va da un tono caldo, ma cupo, ad urlo quasi straziante, la chitarra è ruvida mentre la batteria granitica. L’amalgama è martellante. Breakdown è forse il brano più progressive del lotto, con una linea di basso importante che si intreccia con la chitarra. Pyre è l’unico singolo del disco accompagnato anche da un video, in questa traccia la chitarra acustica da un tocco melodico all’atmosfera malinconica del pezzo. In Funfaire torna prepotente la voce di LEF. Questa canzone è quasi un invito ad entrare nel loro mondo, un lunapark maledetto in cui non sai cosa aspettarti e in cui devi essere pronto a tutto. In Bad of Stones ci si avvicina all’elettronica, è una traccia che si fa scoprire più che altro nell’esplosione finale. Di NO Need abbiamo già parlato, da notare l’apertura con la chitarra acustica così come in Pyre. L’unica traccia italiana del disco è Vuoto, un pezzo da ascoltare e amare in cui ricordano i Mr. Bungle. È al limite dell’oppressione con la chitarra di Pipitone che sembra ti voglia lasciar fuggire, ma poi ti riprende e ti lega ad una sedia con dei riff ossessivi. Dream of Black Dust, Funny Games, Black Dust sono dei pezzi di congedo, meno pesanti degli altri, quasi rarefatti.