Ditti di Creta, un’Iliade tutta da ridere

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Unknown
Ditti di Creta, L’altra Iliade, Bompiani, 2015

La storia la scrivono i vincitori, si dice. Qualche volta anche i burloni, sempre che questo fosse Ditti di Creta. Ad aprire questo libro grande e grosso (Ditti di Creta, L’altra Iliade, a cura di Emanuele Lelli, Bompiani Il pensiero occidentale, pp. 1012,   35 euro), da biblioteca personale per amanti di curiosità o di grecisti sibaritici, si capisce che Ditti, soldato greco, era di certo anche un bugiardo. Come tutti i cretesi, che così voleva un adagio di quei giorni antichi e mitici. Ma Ditti di Creta, se bugiardo fu, lo fu in grande stile.

Scrisse, infatti, in fenicio, su tavolette, che la guerra di Troia non era piena zeppa di eroi e quindi Omero aveva esagerato la grandezza dei suoi personaggi. Tutti esistiti realmente. Ditti lo sapeva, perché c’era, al seguito del re greco Idomeneo, e la guerra di Troia l’ha combattuta. Quindi possiamo immaginare la gioia dell’ellenizzante imperatore romano Nerone, trovandosi per le mani questo documento, scoperto per caso a Cnosso al seguito di un terremoto. Si precipitò a farlo tradurre in greco, e si suppone che leggendolo si sia divertito molto.

Ditti narra tutta la storia, dal rapimento di Elena al ritorno degli “eroi”. Il virgolettato è d’obbligo, perché i nostri qui di eroico hanno ben poco e la fatica letteraria di Ditti si pone come un’anti-Iliade corrosiva e irriverente. Ulisse pensa solo al bottino; Achille, innamorato pazzo di Polissena, è pronto a svendere i greci per averla; Enea, vile, riesce a mettersi in fuga con l’aiuto di traditori ellenici. Gli antichi romani sapevano ridere delle debolezze umane. Alla corte di Nerone, ma anche molto tempo dopo. Abbiamo infatti una versione latina redatta da Lucio Settimio nel IV secolo, ovviamente condotta su quella greca di Nerone. Ed è così che Ditti, il semisconosciuto, attraversa i secoli come “chicca” per studiosi e umanisti che si sono lambiccati il cervello per scoprire chi fosse e se avesse scritto il vero. Vero o falso che sia, ormai poco importa. È una bella testimonianza dell’eternità dello sberleffo e dell’ironia.