Grazia Di Michele: “ho cominciato al Folkstudio di Trastevere…”

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anch’io ero OFF, al telefono con GRAZIA DI MICHELE

Ci racconta un episodio OFF, un aneddoto particolare degli anni della gavetta?

Grazia di MicheleHo cominciato con le domeniche del Folkstudio, una bella cantina in Trastevere dove chiunque poteva portarsi la chitarra, cantare e intrattenere il pubblico. Allora era una situazione molto particolare, il Folkstudio negli anni è mutato, ma quando ho cominciato io era molto OFF. La cosa più buffa in assoluto è stata il Sanremo con Rossana [Casale]. Avevamo cominciato a scrivere un mio disco e un suo disco a quattro mani, Confini e Alba Argentina, che poi uscirono quasi contemporaneamente. All’interno di questo disco era nata una canzone che si chiama Gli amori diversi. Abbiamo deciso di andare a Sanremo con un po’ di incoscienza, ma anche con la voglia di condividere di nuovo quest’esperienza, però insieme. Siamo andate sul palco con un altro spirito, con una grande leggerezza, con la voglia di divertirci, di farci le nostre passeggiate, le nostre cene… peraltro proprio durante una di queste cene, scappate dal Festival prima del dovuto, ci hanno avvisato che eravamo arrivate terze. Non abbiamo creduto che la cosa fosse vera, perché avevamo sopportato da poco Scherzi a parte… Avevamo addirittura spento i telefonini pensando che ci stessero prendendo in giro, quindi hanno dovuto richiamare il ristorante, è stato un delirio perché siamo dovute scappare di lì di corsa e quando sono arrivata sul palco non ho fatto in tempo ad andare in camerino, anzi, c’era il nostro produttore Lucio Fabbri che ci prendeva a parolacce, insieme a quelli della CGD e della WEA! Avevo i moscardini sulla giacca del tailleur, ero veramente impresentabile! In più lei [Rossana] stava peggio di me, con il cibo sullo stomaco, siamo salite sul palco e hanno cominciato a fischiarci perché quell’anno c’era Renato Zero, i sorcini si erano incazzati perché eravamo arrivate terze! Mi ricordo che sono arrivata con il cuore in gola, poi abbiamo cantato ed è andata come è andata!

In quale momento la tua carriera ha avuto una svolta decisiva?

È stato con Le ragazze di Gauguin, quando sono andata a Riva del Garda a una manifestazione che allora era importante per le nuove leve. Lì c’è stata la presentazione ufficiale del brano, che ha avuto subito un buon riscontro sia dal punto di vista della critica che della popolarità. La WEA aveva appena aperto i battenti agli artisti italiani, perché la Warner era una casa discografica che lavorava su artisti stranieri come Madonna e Prince in Italia, ma non aveva ancora iniziato a lavorare su progetti di artisti italiani, credo di essere stata la prima con Ligabue e qualcun altro. Era l’inizio della loro vita, ma anche della mia. Era il 1986, quell’anno avevo vinto la Vela d’Argento.

Non ti sei mai adeguata alle logiche spietatamente commerciali, hai sempre cercato di difendere la tua ispirazione, la tua vena autorale. Hai avuto dei dubbi nel partecipare a tre edizioni di Sanremo?

Sono andata a Sanremo con brani che non avevo scritto in funzione di un Festival come quello. La primissima canzone, Io e mio padre, era una delle mie tante canzoni scritte di getto perché riguardava il rapporto con mio padre, quindi non ho fatto alcuna concessione a richieste come “è orecchiabile?”, l’inciso, il bridge, la struttura, i 3’40”… era una delle tante pagine di un diario, come tutte le canzoni che scrivo, però in qualche modo si pensava potesse essere un ponte tra me e le persone, perché affrontava una tematica cara a tanti ragazzi che, come me, non riuscivano più ad avere accesso alla comunicazione con un genitore. Lo stesso è avvenuto nell’anno in cui sono andata a Sanremo con Se io fossi un uomo: è stato un ritornare sul concetto delle canzoni scritte dalla parte di una donna da una donna, immaginare l’altro, l’uomo, con una sensibilità femminile, che quindi non fa e non ripercorre tutta una serie di errori, quindi era un’altra pagina di diario.

Secondo te Sanremo è un appuntamento che un cantante italiano deve per forza rispettare per raggiungere la popolarità?

Non ‘deve’, nel senso che dal punto di vista della popolarità è ovvio che serve e che sarebbe importante, però non penso sia l’unica possibilità di affermarsi. È vero che oggi è diventato ancora più difficile di quando ho cominciato io, esistono delle situazioni più faticose, più dolorose, più sotterranee, meno roboanti, però anche quella è una gavetta che può portare al successo. Per esempio ho fatto un album, Giverny, con il trio di Paolo Di Sabatino, è un disco jazz. All’interno di questo disco c’è una canzone, Dove mi perdo, che è stata ripresa da Terje Nordgarden, cantautore norvegese famoso in Europa che ha cominciato ad affermarsi in Italia lavorando come un pazzo nei piccoli club. Ha preso dieci canzoni di artisti italiani, tra cui la mia, chiaramente riarrangiata secondo il suo gusto perché lui è un cantautore rock anche un po’ ‘dark’, ne ha fatto un album meraviglioso che si chiama Dieci, in cui riesce, con la coloritura vocale di un cantante che tra l’altro non è italiano, a dare un colore bellissimo a queste canzoni. È un prodotto particolare, originale, innovativo, lui ha una bella agenda, fa i suoi concerti, le sue presentazioni e tutti noi che lo stiamo ascoltando – parlo di musicisti e di persone addette ai lavori – stiamo formando un piccolo gruppo di musicisti attenti a quello che succede e gli stiamo mandando dei feedback molto positivi. Magari vai a Sanremo e non ti si fila nessuno, passi una sera, ti bollano, ti bocciano ed è finita lì… riprendi il treno e torni a casa, ti rimuovono pure la foto dalla cornice perché è andata male. Quindi non esiste un modo solo, esiste un modo di amare la musica, di farlo con passione, di non cercare troppe mediazioni, di essere quello che si è cercando di affermarsi in tutti i modi possibili. Ci sono i reality, i Sanremo e poi ci sono quelli che amano la musica e che fanno 300 km per andare a sentire un cantautore sconosciuto da qualche parte perché l’hanno scoperto.

Il giardino di Giverny è il posto in cui Monet si ritira per dipingere i suoi quadri mentre intorno a lui scoppia la Prima Guerra Mondiale. Questa è un’immagine poetica bellissima che ha ispirato il tuo album…

Non è casuale che sia arrivata a dedicare un disco alla figura di Monet, al suo gesto ma anche a questo giardino. È proprio un momento esistenziale che ha fatto da sottofondo alla mia vita, ma che in questo momento vivo con un senso di protezione maggiore. Difendere la propria emotività, difendere la musica, la creatività, difendere la bellezza che abbiamo dentro da quello che c’è fuori, perché il misurarsi in continuazione con le vendite, le classifiche, con quello che la gente ascolta e che si aspetta non mi ha mai toccato, e adesso meno che mai! Sto partendo con un progetto discografico un po’ folle e non è che mi tolgo lo sfizio, sto seguendo semplicemente un impulso interiore al di là di quella che sarà la vita di questo progetto. È folle perché è legato al rapporto tra la musica e il colore: sono una musicoterapeuta, ho lavorato molto con i bambini sull’ascolto del suono e della musica in relazione ai colori; facendo quest’esperienza ho notato che su un certo tipo di ascolto tutti i bambini andavano a colorare con gli stessi tipi di colore e alla domanda “Perché?” arrivavano più o meno tutti alla stessa visione, alla stessa immaginazione: sui Carmina Burana i cavalieri, i cavalli, il fuoco e colori che andavano sul rosso; su una musica soft, molto lenta, sul concerto di Colonia di Keith Jarrett – il famoso Köln Concert – andavano a cercare le tinte molto sfumate, molto chiare, i colori pastello.

Se tu fossi una ventenne che comincia oggi la carriera di cantante proveresti a entrare ad Amici?

Se fossi me stessa sì, se decidessi di andarci con le mie canzoni e con le mie storie lo farei. Non ci andrei soltanto per trovare un modo per avere un effetto mediatico forte facendo qualcosa che non mi appartiene. Quando c’ero io, per esempio, è passato Pierdavide Carone, un ragazzo meraviglioso, un cantautore, ha fatto le sue cose con la sua sensibilità, nessuno gli ha posto un limite o una condizione, e così ha fatto Moreno, che è un rapper, l’anno scorso. Se uno va a dire quello che ha da dire, perché no? Ad Amici non ti fanno i fumi, i trucchi, i vestiti, le scenografie, i ragazzi ci vanno impigiamati!

Mi stai dicendo che Amici non è X Factor?

Non è X Factor perché a X Factor ne fanno già dei piccoli divi, dei piccoli artisti quando non lo sono. Amici invece è un’accademia, dove studiano e si preparano. Pierdavide Carone ci è andato scrivendo una canzone, dopo aver lavorato molto su se stesso, ed è uscito da Sanremo con Dalla che si è innamorato di lui. Lo stesso può valere per Emma, Alessandra, Moreno, ragazzi che fanno un percorso didattico molto grosso e tirano fuori le loro personalità, sono aiutati ma nessuno li concia come non sono, anzi! Hanno dei pigiami, io li chiamo così, hanno delle tute proprio per essere uno uguale all’altro. X Factor è più artificiale perché tende immediatamente a trattarli come piccoli artisti. Tra l’altro fanno anche dei casini, perché cambiano continuamente la personalità attraverso abbigliamenti diversi, capelli diversi, è un macello.

Fanno dei danni anche psicologici, perché sono giovanissimi che dal nulla si ritrovano con una cassa mediatica…

Il danno non lo so quantificare perché non l’ho vissuto, penso ci siano ragazzi che sanno gestire quest’esperienza e ragazzi che non la sanno gestire. Per mia esperienza personale sono di più quelli che la sanno gestire. In questi anni ho visto tanti ragazzi finire in compagnie teatrali importanti, nei musical, in Notre Dame, me li ritrovo dappertutto, in compagnie americane di ballo, sto parlando di ballerini e di attori. Sono ragazzi che hanno utilizzato l’esperienza in maniera sana, poi ci sono quelli che si perdono. Anch’io ho fatto l’Accademia Nazionale di Danza e sono uscite poche ballerine da lì…

C’è un viaggio nella tua vita che ha segnato il tuo percorso artistico?

Sono andata in un’isola che si chiama Manda, in Africa, è stata una cosa casuale perché in realtà ero andata in Kenya, a Malindi, per fare una vacanza ma siccome a me non piacciono i luoghi artificiosi e artificiali ho preso un aereo e sono arrivata a Manda, un’isola un po’ perduta nel mare, con un sistema di alta e di bassa marea per cui il paesaggio cambiava in continuazione: dove c’era il mare un attimo dopo c’era il bosco, una cosa impressionante. In quella situazione sarei dovuta ritornare indietro il giorno dopo, invece – io faccio spesso queste cose – ho lasciato la mia roba in albergo a Malindi e sono rimasta lì per una settimana, o forse dieci giorni. È stato un momento in cui ho ritrovato un contatto molto forte, un senso di appartenenza con una terra che non era la mia e con delle radici che non erano le mie, ma un senso molto forte di appartenenza a me stessa. Sono ritornata indietro molto cambiata, anche dal punto di vista artistico, perché ho cominciato ad aver voglia di fare le cose da sola ed è stato l’anno in cui me ne sono andata in giro a fare una tournée da sola, con la chitarra, io e Tosca: un ritorno all’essenza, alla base di quello che era stato il mio approccio creativo con la musica. Mi sono liberata di tante cose, ho cercato il nocciolo anche nella musica. Ho ritrovato il piacere di esibirmi da sola, con la chitarra, esattamente come facevo al Folkstudio, con la differenza che l’ho fatto davanti a cinquemila, seimila persone, e questo credo mi abbia dato molta forza.

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